Servono più padri e meno amici

 

“La colpa è della televisione, del computer, dei media in genere, non c’è dubbio”, così si esprime una mamma , laureata in pedagogia  e insegnante a una scuola superiore attraversata da inquietudini e da rivolte mai controllate. “La violenza è la scelta preferenziale per conseguire i risultati più manifesti proposti da cartoon, fiction, videogiochi ai bambini da zero a cento anni (alcuni rimangono tali per tutta la vita ricoprendo il loro infantilismo con ruoli nella società attraverso forme di liturgie che mettano il risalto una personalità da attori e dandosi una copertura di importanza con atteggiamenti di commiserazione verso gli altri o addirittura con cipiglio di superiorità…….!).

 

I filmati fiabeschi, che dilettavano la nostra infanzia e muovevano la nostra fantasia si sono trasformati in personaggi di lotta e fanno leva sulle compensazioni di recondite paure o desiderio di rivalità. Non sono più gli innocenti personaggi delle fiabe che con candore alimentano le nostre fantasia, ma personaggi aggressivi che lottano per schiacciare l’altro e trionfare sull’eliminazione del più fragile o del più debole. Nelle storie a noi raccontate si nascondo personaggi forti e anche violenti, ma ne avevamo forse sentore? Oggi, scandagliate da analisi letteralistiche scopriamo ‘una fata turchina’ (Pinocchio…) poco umana e desiderosa di voler cambiare il suo burattino con il ricatto e attraverso la sofferenza (lasciarlo fuori, di notte, sotto la pioggia al freddo rischiando di farlo morire….); il famoso ‘principe azzurro’ che troviamo in tante fiabe e che ogni volta conquista una principessa diversa (furbo è…..), e che ‘con tutte’ vive felice e contento…..! chissà poi perché bisogna cadere nella banalità per esprimere la gioia del vivere e la felicità!.

Per questo bisogna, oggi, domandarci che cosa non diventano mai questi strumenti comunicativi e purtroppo opzionali, la vita, l’amore, la solidarietà, la capacità di rinuncia, il sacrificio, la sopportazione, il dolore… siamo qui in una realtà virtuale nella quale non sei compromesso, non ti metti in gioco, non corri il rischio della novità, non cresci, non ami, e per questo, non vivi.

Né migliore votazione si merita il cinema sotto questo profilo. Per non parlare di Internet, che ti propone di tutto, perversione compresa, senza neppure il filtro sia pure a larghe maglie, di un redattore e di un editore di stampi. I filtri creati per il controllo genitori sono facilmente ‘hackerati’ e i nostri figli mano maestri nel saltare le protezioni che mettiamo per non farli entrare in siti web dannosi per la psiche e per il ‘portafoglio’.

Di cosa possono essere mai colpevoli i ‘media’ così a largo raggio? Abbiamo visto la crescita, in questi ultimi anni’ di baby-gang e di ‘bullisti’ che vanno dagli undici anni ai diciassette (e oltre…), sia nelle grandi città che nei piccoli centri, sia al nord che al sud, o nelle scuole o nelle piazze. Le scuole medie, ma anche le elementari, pare che i ‘bulli’ e le loro performances giungano a toccare il 40% della totalità degli scolari. Se poi vogliamo ricordare l’ex ministro Veronesi, nei primi anni del duemila, che accusava di droga ragazzi e insegnanti alla bella cifra del 50%. Ma oggi è forse diminuito il problema? Oppure è bene fingere e fare ‘silenzio’ (colpevole silenzio), per non avere controlli nella scuola, nelle famiglie, e fingere che tutto va bene. Poi, in realtà, le famiglie vivono nella pura che capiti al proprio figlio e controllano, quando lui si trova a scuola, il diario, i cassetti della camera e perfino sotto il materasso per scoprire di non trovare quello che il sospetto e la paura fa fare a loro.

Parliamo di ragazzi perseguitati e picchiati da coetanei prepotenti e con parentele pericolose. Gli allievi di una scuola o di una classe, è il cliché obbligato, vengono terrorizzati da qualche compagno di scuola sostenuto da un branco estraneo alla struttura, anche per strada o sugli autobus. Si estorcono loro piccole somme di denaro, si rubano capi di vestiario; poi si consumano pestaggi nei corridoi e nei bagni e si puntano coltelli alla gola. E se i genitori organizzano una sorta di staffetta per accompagnare i figli nel tragitto casa-scuola, la spavalderia del gruppo non abbassa la guardia, al contrario, in caso di opposizione troppo decisa alle angherie, si fa sopportare da esterni più decisi e anche più ‘grandi’. Si arriva anche a picchiare i professori, questo è accaduto per aver difeso il più debole.

Tutto colpa dei ‘media’? sarebbe troppo facile scagliarsi contro di essi e non valutare in modo più approfondito. Certamente siamo in presenza di una componente che interagisce con il tutto.

 

Le figure di riferimento.

Prioritario nell’originarsi del disagio è probabilmente il venire meno dei punti di riferimento offerti da genitori ed educatori, ma ancora più il dilagare del costume che caratterizza la società di oggi.

C’è da chiedersi se esistono in Italia tentativi per individuare e denunciare il nodo cruciale di crisi dello sviluppo della società sia per quanto attiene al discorso sopra sia relativamente ai fenomeni di disarmonie e devianze dello sviluppo infantile e adolescenziale.

Il Santo Padre esprime che il modello di ogni altro ruolo autoritativo in grado di permettere al soggetto di sviluppare la maturità del proprio “io” ha nella famiglia la sua impostazione.

Per questo, vale la pena dirlo, dove il genitore, in particolare il padre, abdica o delega il suo compito di proporre valori e stabilire regole di comportamento e di vita, si determina un vuoto educativo che nessun altro può colmare.

Il comportamento dei genitori che hanno visto nel rapporto amicale con i figli una linea vincente educativa, ignora concretamente che il binomio (o processo) paternità-figliolanza chiede ed esige di sua natura  la dimensione della genitorialità che urge a padre e a madre, per svolgere il ruolo che diversamente non risulterebbe costruttivo. I figli, infatti, di amici possono averne anche parecchi, ma di padre e madre, e non solo biologici ma quanto spirituali e psicologici, soltanto uno. Avere a tutti i costi voluto restringere quest’ambito genitoriale fino ad annullarlo, ha ridotto il ruolo di padre e di madre a quello di semplice avvallo sul loro operato, di servizi per i propri figli, di camerieri per i loro bisogni, di gestione economica delle loro attività e delle loro scelte.

Sono molti i genitori, ma anche operatori educativi sia nella scuola che nella Chiesa, che purtroppo previlegiano il proprio bisogno di essere amati e riconosciuti, piuttosto che il dovere ineludibile di svolgere un ruolo sociale o ecclesiale dentro cui si porta la responsabilità della simbolica paterna. Non possiamo porci nel rifiuto della paternità, cadendo in una sorta di infantilismo, ma porci nella giusta dimensione padre per i nostri figli in una certa identità.

La nostra “società adolescentrica” non ha però soltanto nella famiglia la sua vita e la sua cittadinanza. Quest’assenza  o indebolimento del ruolo parentale è anche nella Chiesa, nelle sue istituzioni e nelle forme pedagogiche che promuove, come nella scuola che è la naturale famiglia culturale dell’uomo. La stessa attitudine contagia l’opera della comunità credente. Con la scusa di farci semplici e vicini agli altri, anche i preti tendono (o pretendono) una visione relazionale più amicale rischiando di misconoscere il suo ruolo sociale ed ecclesiale. L’amicizia e la simpatia delle relazione non deve togliere il senso e il significato del proprio ruolo e della propria portata educativa.

 

Le giovani generazioni tentano, e riescono, a trasferire nella dinamica ecclesiale quella familiare. Così pretendono che l’autorità per essere riconosciuta  deve essere di stampo amicale. E’ una pretesa infantile in coloro che svolgono un ruolo di autorità così necessario per il processo di interiorizzazione della persona e la conclusione di un’adolescenza che rischia sempre più di venire protratta.

Importante, a questo riguardo, uno studio dei Salesiani sulla figura del padre, curato da Renato Mion e Andrea Baligac (cfr. il quadrimestrale Tuttogiovani notizie n. 47/48 del 1997). In esso si dice che dietro a un adolescente maturo dal punto di vista morale, è probabile che ci sia un padre affettuoso, educativamente coinvolto, ed egli stesso di elevata statura morale. I numerosi studi citati nel saggio concordano tutti nell’attribuire le tendenze devianti e trasgressive all’assenza del padre o di una sua presenza debole o distorta, anche se, ovviamente, correlate ad altri fattori. E rilevano, dato davvero interessante, che in ogni caso la carenza della figura paterna incide più negativamente di quella materna: in assenza del padre, la sola madre non ha sufficienza forza di controllo e di guida. E si può addirittura ipotizzare che la delinquenza nei ragazzi derivi da una protesta maschile contro la dominanza femminile.

 

E’ importante indagare perché accade tutto questo. Mion e Beligac registrano che oggi i figli sono “idealmente attesi” per vincere l’abitudine e il vuoto della coppia che, in quanto tale, ha per i coniugi valore provvisorio. Negli atteggiamenti mentali delle giovani coppie il figlio costituisce un “bene assoluto”, che diventa quasi una “mistica” e comporta un iperinvestimento di affetti.

E’ il fenomeno del “bambinocentrismo” in cui la qualità diventa alternativa alla quantità, e il figlio viene desiderato nella logica del “capolavoro”; si progetta, si ipotizza un figlio che rispetto agli altri bambini sia “più” in tutto, mettendo in atto ogni strategia possibile, investendo molto anche sul piano economico.

E ci si aspetta pure tanto da questi figli, e soprattutto che crescano in fretta. Si diffonde perciò una “corsa all’adultismo” che brucia l’infanzia e la scippa precocemente. Vengono stimolate le fughe in avanti spronando i figli a fare “presto”: a imparare presto a leggere, a scrivere, a digitare sul computer. Però, a tanta premura per la crescita tecnico-cognitiva non si accompagna un’uguale attenzione per la crescita emotiva e morale che viene invece ritardata proteggendo il bimbo da ogni rischio, fatica, impegno, impedendogli l’assunzione di responsabilità.

Non si danno indicazioni su ciò che è bene e su ciò che è male; non si insegna criteri di discernimento tra opposte sollecitazioni; non si "allena" la volontà dei figli a optare per il meglio, per quanto faticosa la cosa possa talvolta risultare. Il criterio etico rischia di essere determinato dall’utile e dal piacevole: è bene ciò che mi serve e mi gratifica. E che nessuno si permetta di censurare qualche comportamento dei figli.

 

In questa deresponsabilizzazione genitoriale, particolare significato assume la forte dominanza della donna, non soltanto nel tradizionale ruolo affettivo di madre-nutrice, ma anche come direttrice dell’organizzazione-programmazione e come fonte normativa, mentre la figura maschile e paterna appare debole, ridotta a “immagine di sfondo”, priva di autorevolezza, “quasi un figlio maggiore”. “La mamma fa tutto e il babbo è il compagno di giochi”. La madre, che è cura e servizio, pilota infatti anche tutte le decisoni più importanti che riguardano il bambino: la scelta della scuola, i corsi di nuoto e di danza, la vita sociale… E’ lei che vigila sull’educazione del figlio, assumendosi anche l’onere tradizionalmente affidato al padre: le regole, l’orientamento etico, i premi e i castighi. Oltre all’iniziazione religiosa: annuncio, respiro ed esperienza, che dovrebbe essere promossa da entrambi. I padri sembrano adeguarsi a questa invadente figura materna; in fondo è comodo, è “un sollievo, uno scarico di responsabilità”. Assenti tutto il giorno per lavoro o per altro, quando tornano a casa tesi e innervositi, non hanno voglia di “problemi”. “La madre si prende la parte “dura”, hard del ruolo genitoriale; il padre tutta la parte soft, piacevole, ludica.

Ma sotto questa apparente crosta di “buon cameratismo” si compie, secondo gli autori dello studio, uno dei drammi più rischiosi del nostro tempo: la perdita del ruolo del padre all’interno della famiglia, diventata solo culla degli affetti ma deserto delle norme. Questa “società senza padri” è una “spada di Damocle” sulla crescita delle nuove generazioni. Non sappiamo quali conseguenze potrà avere questo fenomeno sulle generazioni future.

Attualmente le bambine crescono con un modello identificativo a tutto tondo e, a dieci anni, si presentano, purtroppo, come “piccole donne in carriera”. I maschi, invece, non hanno riferimenti, se non quelli determinati dalla società in stile violento e armati fino ai denti secondo il modello militaresco delle varie immagini date dalla realtà dei conflitti in corso e dei giochi informatici. Sono privi di orientamento.

E’ urgente oggi sollecitare un recupero del ruolo educativo del padre, per un migliore equilibrio dlla famiglia e per un più sano sviluppo dei figli, maschi e femmine.

Occorre porre sul serio la questione maschile, ricercando una nuova cultura che metta i sessi in relazione virtuosa tra loro, creando solidarietà e sinergia.

 

Forse il discorso appare crudelmente anticonformistico: Non è forse universalmente reputata una conquista il fatto che il babbo si sia trasformato in un dolce compagno di giochi? Forse è bene ritornare a guardare ai minori che fanno parte di baby-gang, rei di pestaggi e furti, le teste rasate, jeans o troppo attillati o pantaloni esageratamente larghi e abbassati molto al di sotto del bacino, orecchini e corpi tatuati quasi sfigurati, orecchini o piercing in ogni parte del corpo come monili di appartenenza.

Alla povertà materiale, a quella culturale, si è aggiunto negli ultimi tempi un palese compiacimento verso i figli avviati a interpretare, a loro parere e secondo le loro speranze, ruoli televisivi di successo.

Presi da ammirazione per personaggi baciati dalla fortuna e famosi, desiderano per i figli uguale fortuna e uguale fama, con la stessa intensità con la quale un tempo, e per fortuna qualche volta anche oggi, si desideravano onestà, correttezza, dignità nel comportamento, rispetto per gli altri, e accoglienza verso i più sfortunati. Così si accettano manifestazioni di spavalderia, prepotenze, compiacimenti per furberie e sopraffazioni, come iniziazione al successo.

La mancanza di giusti modelli nei quali identificarsi per giungere a una solida e giusta identità, o crea vuoti pericolosi o spinge verso comportamenti che vedono forza e violenza privilegiate per emergere, per acquisire potere, per contare.

 

C’è la scuola che potrebbe, dai tre anni in poi, intervenire con le proposte, con le sue testimonianze, le presenze educative, le occasioni di vita aperte alla negoziazione e quindi al rispetto reciproco, l’aiuto alla ricerca, all’osservazione, allo stupore per il mondo naturale e per quello culturale.

Forse non c’è una scuola per tutti i bambini, per tutti i ragazzi, soprattutto per quelli a “rischio”. Un grande numero di alunni si perde per mancanza di motivazioni: di bocciatura in bocciatura la scuola li scaraventa sulla strada e alle soglie dei 14-16 anni li cancella definitivamente dai propri registri.

Senza famiglia e senza scuola, si volgeranno verso chi darà loro finalmente una precisa identità, non importa se impregnata di violenza.

A Giugno, solitamente, la televisione intervista gli alunni nell’ultimo giorno di scuola. Ma, di fatto, la scuola è già terminata prima della data ufficiale, e così viene ridotto lo spazio educativo. La strada diventa il momento dell’euforia e della spavalderia o delle fughe a seconda degli interessi personali.

 

Tutto questo lascia aperto il dibattito e l’approfondimento per una serena e concreta possibilità di andare incontro ai nostri figli con qualche progetto in mano per abituarli a leggere il loro tempo nell’impegno e nel dono di sé. Tutti gli educatori, genitori, insegnanti, sacerdoti, catechisti, (che sono la società educante), hanno il dovere e il diritto di porre in atto le loro forze e le loro capacità educative per responsabilizzare fin da piccoli i ragazzi che affrontano il mondo in mezzo a tati conflitti e proposte. Non sempre, queste ultime sono davvero orientate alla loro crescita globale della vita.

Un discorso aperto per chi desidera davvero impegnarsi.