Cittadinanza
(da 'cittadino', dal
latino civis, che dà vita a civitas, città). L'appartenenza stabile a
un'entità politica, con i connessi diritti e doveri.
Nel corso della storia ciascuna realtà politica determina i requisiti della
cittadinanza, includendo a pieno titolo una parte della popolazione nella
politica attiva, mentre la parte restante è, certamente, inclusa nella
città, ma in modo passivo e subalterno. La storia politica può essere
descritta come la lotta per la acquisizione della piena cittadinanza da
parte di chi ne è escluso.
In Grecia si è cittadini su base etnica, in quanto figli di liberi
cittadini, omogenei rispetto alla stirpe, al ghenos. A Roma, invece, si è
cittadini su base non etnica ma giuridica, se si accetta di entrare, o se si
viene fatti entrare, all'interno di un ordinamento e a un sistema di norme e
valori che si sono progressivamente aperti a tutti, dagli italici fino a
tutti i maschi liberi dell'impero. Le inclusioni subalterne restano
ovviamente sempre presenti: le donne e gli schiavi ne sono i casi più
lampanti.
La cittadinanza è più o meno estesa o ristretta anche nel corso del Medio
Evo, sulla base di parametri come la nascita (l'aristocrazia ha uno status
superiore), oppure la ricchezza (i ceti abbienti dominano nelle realtà
comunali e repubblicane), la religione (il cristianesimo, nelle sue varie
confessioni, è di volta in volta titolo di cittadinanza o di subalternità,
mentre l'ebraismo è costantemente collegato a forme di inclusione
diseguale). In età moderna, invece, l'essere cittadino - almeno in linea
di principio - si contrappone all'essere suddito, ossia sottomesso al re o
ai nobili (il che abolisce la differenza di nascita); e si contrappone anche
alla supremazia della ricchezza (l'azione contro le disuguaglianze
economiche passa attraverso lo Stato sociale, che opera l'inclusione
sostanziale, integrando quella giuridico-formale); e si contrappone, infine,
alla discriminazione (non si consente, insomma, che acquistino rilievo
giuridico le differenze culturali, ma anche quelle naturali, come ad
esempio la differenza di genere o di colore: le ultime a essere superate,
con grande fatica). La cittadinanza moderna è insomma fondata
sull'uguaglianza, sia davanti alla legge sia per quanto riguarda le chances
di vita. La cittadinanza così intesa è l'obiettivo della politica
democratica, almeno da quando, con la rivoluzione francese, tutti diventano
'cittadini'.
Ma poiché anche in età moderna la cittadinanza è un rapporto fra il
cittadino e lo Stato, spetta a questo fissare i requisiti necessari al pieno
esercizio della cittadinanza: ad esempio, determinando la maggiore età; o
indicando i casi in cui la piena cittadinanza si perde (solitamente per
ragioni penali); in ogni caso, fra i criteri della cittadinanza non può
essere prevista l'omogeneità religiosa o culturale, o razziale o
intellettuale rispetto a un modello standard. Uno Stato democratico moderno
può fissare anche le modalità dell'acquisizione della cittadinanza,
privilegiando ora la nascita (ius sanguinis), per cui si è cittadini in
primo luogo se si è figli di cittadini, mentre i figli dei non cittadini
(degli stranieri residenti) possono acquisire la cittadinanza solo dopo
passaggi e prove più o meno laboriose; oppure può rendere prevalente il
fattore del territorio (ius soli), per il quale è cittadino chiunque nasca
sul suolo dello Stato.
Nel primo caso la cittadinanza è l'appartenenza a una civiltà; nel secondo
caso, invece, la cittadinanza è l'appartenenza a uno spazio giuridico.
Davanti alla pluralità di culture all'interno di uno Stato - il fenomeno
più vistoso del nostro tempo - , l'applicazione esclusiva dello ius
sanguinis può diventare una volontà di discriminazione dello straniero
residente; mentre allargare lo spazio dello ius soli (ad esempio, agli
immigrati, dopo un più breve periodo d'anni; ai loro figli, all'atto della
nascita) favorirebbe la piena integrazione giuridica formale (in presenza,
per di più, di una già operante integrazione sostanziale, di vita e di
lavoro).
In Italia la legge dà per ora la prevalenza allo ius sanguinis, il che è
una discriminazione di fatto verso i figli degli immigrati, nati in Italia,
che in Italia studiano o lavorano. Renderli uguali davanti alla legge è un
atto di giustizia e anche di lungimiranza. Mentre al contrario la volontà
di mantenere anche a livello giuridico le differenze e le subalternità
risponde a una strategia discriminatoria, e realizza una politica ingiusta,
che per di più genera problemi, invece che aiutare a risolverli.
(29 gennaio 2012)