Nuovo Testamento - Santa Maria della Neve

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La Parola di Dio
Nuovo Testamento
Dio si rivela in Gesù: dall’Antico al Nuovo Testamento.

Le “mani”, le “dita”, la “destra”, il “cuore” con cui Dio ha rivelato gradualmente se stesso lungo la storia della salvezza, so compongono ora nella unità di un 2corpo2 e di una “persona”: Gesù di Nazareth.

Questa gradualità della rivelazione del Dio biblico è colta molto bene dalla “Lettera agli Ebrei”, il cui autore collega queste diverse manifestazioni di Dio con la presenza della sua pienezza in Gesù: “Entrando nel mondo Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrifici né offerte, un corpo invece mi hai preparato” (Ebrei 10,5).

C’è quindi continuità tra la rivelazione che Dio fa di se stesso nell’Antico Testamento e la rivelazione definitiva in Gesù, come c’è continuità nell’agire di Dio e nell’agire di Gesù a favore dell’uomo, che con il peccato sempre rischia il fallimento totale di se stesso (come significa nella Bibbia o nel Vangelo il verbo “perire” o “andare perduti”)

“Quando venne la pienezza del tempo Dio mandò suo Figlio”

Gli antichi immaginavano il tempo come un grande contenitore, che si andava man mano colmando fino a raggiungere la pienezza, per poi dare il via a una nuova epoca. Anche alla storia della salvezza viene applicata questa concezione.

Al centro di questa storia va collocato Dio Padre, dal quale prende l’avvio ogni avvenimento e ogni singola tappa che la scandisce. E’ quanto è stato scritto nei libri dell’Antico Testamento e lungo la storia del popolo biblico, ormai giunta alla sua pienezza e al punto di iniziare una nuovo epoca segnata dalla presenza di Gesù.

E’ l’epoca che noi chiamiamo NUOVO TESTAMENTO.

Questo nuova epoca ha essa pure al centro Dio.

La sua iniziativa è descritta con il verbo “mandare” che, nel suo significato più profondo, è il verbo che caratterizza la missione di Gesù a favore dell’uomo e del mondo ed è il Verbo che svela il legame tra l’amore di Dio e la condizione dell’uomo, resa debole e fragile dal peccato.

Ecco le parole meditate e suggestive con cui Giovanni descrive l’iniziativa di Dio:

“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv. 3,16-17).

E’ una iniziativa presa nel momento giusto della storia della salvezza, quando l’opera educatrice di Dio nei confronti dell’uomo e del suo popolo era ormai completata (come testimoniano tutti i libri della Bibbia) e il messaggio di Gesù poteva essere facilmente compreso.

L’Antico Testamento con le sue leggi e le sue norme, con il suo intrecciarsi di bene e di male costituisce, perciò, il primo passo nell’opera di “educazione” e “formazione” che Dio ha iniziato con il suo popolo e che va man mano perfezionando, fino a sfociare nel Vangelo di Gesù.

Nelle “Beatitudini”, nel “Padre nostro” e nel “discorso delle montagna” Matteo 5-7) culmina l’opera educativa ci Dio che, partendo dalle molte norme esteriori che percorrono tutti i libri biblici, è ora finalmente arrivata alla “pienezza del tempo”, cioè a far comprendere che il centro della religiosità e dell’agire dell’uomo è il suo “cuore”, la sua interiorità.

E’ anche una iniziativa che trova la piena disponibilità delle persone alle quali Dio l’affida: Gesù (“Ecco, io vengo a fare la tua volontà”), Maria (“Eccomi, sono la serva del Signore”), Giovanni Battista (“La parola di Dio scesa su Giovanni nel deserto”).

Si può così ritenere che la “pienezza del tempo”, oltre che riferirsi al compimento dell’opera educativa di Dio nei confronti del popolo biblico, si riferisce anche al momento in cui i destinatari della nuova epoca della storia della salvezza hanno saputo porre se stessi totalmente al servizio del progetto di Dio, consegnato a Gesù Cristo.

Giustamente San Paolo scriveva in un testo molto antico, prima ancora degli stessi Vangeli:

“Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessero l’adozione a figli” (Gal. 4,4-5).

“E’ venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”

Al centro della “pienezza del tempo” c’è Gesù.

Di lui parlano quattro libretti chiamati VANGELI, che contengono le sue parole, i suoi miracoli, le sue parabole e la novità più sconvolgente, quella della sue risurrezione da morte.

Gesù infatti entra nella storia come uno di noi, ma è al tempo stesso Dio. I Vangeli ci aiutano a comprendere proprio questa affermazione.

Essi riprendono il racconto della storia della salvezza dell’uomo, come era stato narrato nelle pagine dell’Antico Testamento, e lo vedono concludersi nella persona e nell’opera di Gesù. In quel racconto Dio andava gradualmente rivelando se stesso agli uomini attraverso le sue mani (nella creazione), la sua destra e il suo braccio (nell’Esodo), e il suo cuore (nell’esilio).

Nel Vangelo Dio rivela definitivamente se stesso nell’umanità di Gesù. In quel racconto l’uomo è descritto come l’opera più bella di Dio, da lui creato e tenuto tra le sue mani e le sue dita, tra le quali deve ritornare per non rischiare il fallimento totale di se stesso, che la Bibbia e il Vangelo esprimono con il verbo “perdere”.

Nel Vangelo di Gesù è presentato come Dio stesso che “viene a cercare chi era perduto” (Lc. 19,10).

Il cuore del Vangelo è infatti la salvezza dell’uomo, l’Adamo di sempre che avverte la forza del peccato e della tentazione e la fragilità della sua condizione umana.

Sono soprattutto i Vangeli di MATTEO, MARCO e LUCA a indicare la presenza di Gesù nel mondo e il significato della sua persona attraverso l’espressione “Egli è venuto a cercare ciò che era perduto”. Questi evangelisti, che scrivono subito dopo la risurrezione di Gesù, hanno la consapevolezza che nelle mani e nelle parole di Gesù bisogna vedere Dio stesso che si china sull’uomo. Gesù che si siede a mensa con i peccatori, che si fa loro amico, che salva stando a tavola, che tratta con i samaritani e con le donne, che definisce il Regno di Dio “mangiare e bere con lui”, che racconta le parabole per dire quanto Dio sia vicino all’uomo, che definisce la salvezza come “ritornare tra le braccia di un padre”, che va in cerca di tutti coloro che la gente considera ormai “perduti”, che dichiara di essere venuto per i malati e non per i sani; questo Gesù sa dare ancora all’uomo di ogni tempo nuova speranza e nuova fiducia in un Dio riscoperto come amico, padre, fratello.

“Cercare” è il verbo che impegna Dio verso l’uomo. Questo uomo, opera delle sue mani, non può “andare perduto”, non può rischiare il fallimento. Le mani di Gesù che compiono miracoli, le sue dita che sanano i sordi e i muti, che “fanno bene ogni cosa”, sono le stesse mani e le stesse dita del Dio della creazione.

Esse non si limitano al solo corpo dell’uomo ammalato, ma si protendono verso quel grande bisogno di salvezza e di perdono che nell’uomo nasce dall’esperienza del peccato. Nelle mani e nelle dita di Gesù i suoi contemporanei devono vedere le stesse mani e le stesse dita di Dio, che da sempre ama l’uomo e da sempre lo “cerca” perché “non vada perduto”.

E’ la fiducia che nasce dalle stupende pagine del “Padre nostro”, delle “Beatitudini”, e della “parabola del figlio che ritorna tra le braccia del Padre” e delle altre parabole della misericordia, che gli evangelisti ci hanno tramandato come segni del grande amore di Gesù per l’uomo. E’ la speranza che nasce dalla risurrezione di Gesù, l’evento straordinario di cui gli Apostoli sono stati testimoni e che ha la capacità di porre fine a ogni ansia dell’uomo e alla paura che più lo attanaglia, la paura della morte.

“Il Verbo si è fatto carne”

“Carne” nel linguaggio biblico indica la condizione debole e fragile dell’uomo, come pure la sua condizione di peccatore. Il Vangelo di Giovanni contiene questa sconvolgente affermazione: la presenza di Dio addirittura nella condizione umana di Gesù di Nazareth. Da questo momento il nostro mondo, da sempre segnato nel peccato dell’uomo, è segnato dalla presenza salvatrice di Gesù (nome che in ebraico significa appunto “salvezza”).

Gesù di Nazareth, uomo debole e fragile come tutti noi, condannato alla morte di croce, è nello stesso tempo il SIGNORE e il FIGLIO DI DIO, nelle cui mani il Padre ha consegnato il progetto di salvezza dell’uomo.

La storia perciò non è ritmata solamente dal peccati dell’uomo, ma dalla salvezza offerta a tutti da Gesù dalla sua croce e dalla sua risurrezione.

La rivelazione di Dio iniziata con le “mani” e le “dita” della creazione, raggiunge il suo vertice nella “carne” di Gesù. La fede dell’uomo ha qui il suo banco di prova.

Chi accoglie Gesù e la sua croce va incontro al suo stesso destino di risurrezione e di vita senza fine.

Chi lo rifiuta, rifiuta l’amore stesso di Dio e rimane nelle tenebre, nel buio e nella solitudine della morte e del peccato.

Come leggere i Vangeli

Ciascuno dei quattro Evangelisti ha un particolare modo di presentare Gesù.

Il primo vangelo (termine che significa “buona notizia”) è quello di MARCO, che presenta lo schema comune per ricostruire la vicenda di Gesù: la predicazione del Battista, il battesimo di Gesù, le tentazioni, l’inizio del ministero (miracoli, parabole, discorsi), il conflitto con le autorità religiose, la crocifissione, la risurrezione. Per Marco, Gesù è il messia e il Figlio di Dio.

Questa è la sua “buona notizia” in risposta ad una domanda sempre attuale: “Chi è Gesù?”.

Il vangelo di MATTEO ha come destinatari gli ebrei, ai quali Gesù è presentato come nuovo Mosè e come il messia che essi attendono. In lui infatti si realizzano le grandi profezie bibliche, che l’evangelista applica alla vita di Gesù attraverso la formula frequente: “Questo avvenne perché si adempisse quanto fu detto dal Signore per mezzo dei profeti”.

Il vangelo di LUCA ricalca il tema biblico dell’Esodo, del “viaggio”, cioè che Gesù compie dalla Galilea verso Gerusalemme. Lì egli compie la liberazione definitiva dell’uomo, quella del peccato, con la sua croce e la sua risurrezione.

Luca presenta Gesù come il salvatore di tutti, senza alcuna eccezione.

Il vangelo di GIOVANNI presenta Gesù alla luce dei grandi temi biblici, applicati alla sua persona (luce/tenebre, acqua, manna vita, pastore).

In questo vangelo l’umanità di Gesù è “il luogo” della rivelazione definitiva di Dio, che viene presentato agli uomini come PADRE.

I Vangeli sono stati scritti in un arco di tempo che va dall’anno 60 all’anno 90/95 d.C..

Il primo documento scritto che li testimonia è un frammento del vangelo di Giovanni risalente addirittura al 120/125 d.C..

Nessun libro dell’antichità possiede una testimonianza di così grande valore.


L’Amore della Croce

Mi abbandono, o Dio, nelle tue mani.
Gira e rigira quest’argilla,
come creta nelle mani del vasaio.
Dalle una forma e poi spezzala, se vuoi.
Domanda, ordina, cosa vuoi che io faccia?
Innalzato, umiliato, perseguitato,
incompreso, calunniato, sconsolato,
sofferente, inutile a tutto, non mi resta
che dire, sull’esempio di tua Madre:
“Sia fatto di me secondo la tua parola”.
Dammi l’amore per eccellenza, l’amore
della Croce, ma non delle croci eroiche
che potrebbero nutrire l’amor proprio,
ma di quelle croci volgari,
che purtroppo porto con ripugnanza…
di quelle che si incontrano ogni giorno
nella contraddizione, nell’insuccesso,
nei falsi giudizi, nella freddezza,
nel rifiuto e nel disprezzo degli altri,
nel malessere e nei difetti del corpo,
nelle tenebre della mente
e nel silenzio e aridità del cuore.
Allora solamente Tu saprai che Ti amo,
anche se non lo saprò io,
ma questo mi basta.



 
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