Per conoscere i Libri Liturgici
Il Mistero Pasquale come nucleo dell’Anno liturgico
IL SANTO SACRIFICIO DELLA MESSA
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Il tempo di Quaresima:
“Il tempo di quaresima ha lo scopo di presentare la Pasqua: la liturgia quaresimale guida alla celebrazione del mistero Pasquale sia i catecumeni, attraverso i diversi gradi della iniziazione cristiana, sia i fedeli per mezzo del ricordo del Battesimo e della Penitenza (NG 27 cfr. SC 109).
1. Origine della Quaresima.
Ispirata dall’esempio di Mosè ed Elia, i quali, dopo un digiuno di quaranta giorni, furono ammessi alla visione di Dio (Es. 34,28; 1Re 19,8); e più ancora, a imitazione del ritiro e del digiuno di quaranta giorni compiuto da Gesù nel deserto, come preludio della sua vita pubblica (Mt. 4,1-4; Mc. 1,12ss.; Lc. 4,1-13), vediamo apparire nella Chiesa , a principio del IV secolo l’osservanza di un periodo sacro e simbolico di quaranta giorni, detto perciò quadragesima, in preparazione alla Pasqua, intesa nel suo concetto primitivo, cioè, non del giorno anniversario della risurrezione di Cristo, ma al Triduo (venerdì-sabato-domenica) commemorativo alla sua immolazione alla croce (1 Cor. 5,7), della sua sepoltura e della sua risurrezione: il Mistero Pasquale.
2. Il contenuto liturgico della Quaresima.
Il carattere della Quaresima primitiva non ammetteva soltanto un esercizio corporale di penitenza costituito dal digiuno, Essa, nel pensiero dei Padri della Chiesa, doveva essere soprattutto un periodo di ascesi e di mortificazione, un tempo sacro di vita cristiana più intensa, durante il quale, come si esprima S. Giovanni Crisostomo
“ci purifichiamo diligentemente con le preghiere, le elemosine, il digiuno, le veglie, le lacrime, la confessione e con tante altre cose” (S. G. Crisostomo, Homilia, 30).
Così purificati e rinnovati interiormente, i fedeli possono risorgere con Cristo ad una vita nuova. Non è perciò un tempo fine a se stesso, ma, come dice il nuovo calendario, “il tempo di quaresima ha lo scopo di preparare la Pasqua”.
E’ il grande ritiro del popolo cristiano, il tempo propizio per il rinnovamento annuale della Chiesa nel Mistero Pasquale per mezzo dei Sacramenti.
Comprendiamo più a fondo il significato della quaresima se facciamo attenta lettura dei libri liturgici che la Chiesa offre: il Lezionario e il Messale.
3. La Quaresima secondo il Lezionario.
Il Lezionario Festivo segue lo schema triennale (ciclo A, B, C); quello feriale, come gli altri “tempi forti”, si ripete invece ogni anno.
Rispetto al lezionario preconciliare che metteva l’accento sulla penitenza, quello di oggi, pur mantenendo tale aspetto i integrandolo nel mistero di Cristo, tende ad attualizzare di più la celebrazione della morte e risurrezione di Gesù. Risulta meglio espresso l’intimo legame tra i sacramenti della iniziazione cristiana (Battesimo, Cresima, Eucaristia) e la storia della Salvezza col suo vertice che è appunto il Mistero Pasquale.
Analizziamo ora, in sintesi, le letture festive del ciclo A che sostanzialmente riproducano pericopi antiche.
Prima Domenica: La tentazione di Cristo e la sua vittoria (Vangelo). La creazione dei progenitori e il loro peccato (prima lettura). Il mondo creato da Dio ha rifiutato la sua dipendenza filiale; come il peccato entra a causa di un solo uomo, la grazia entra per mezzo di Gesù Cristo. Ora si tratta di scegliere tra il Cristo e le potenze del male (seconda lettura).
Seconda Domenica: La trasfigurazione (Vangelo). La vocazione di Abramo (prima lettura). Come Abramo anche noi siamo chiamati, personalmente; una chiamata che è diventata dono: un dono visibile: Gesù nostro Salvatore, che ha distrutto la morte e fa risplendere la vita e l’immortalità mediante l’annuncio del Vangelo (seconda lettura).
Terza Domenica: L’acqua viva – La Samaritana (Vangelo). L’acqua scaturita dalla roccia nel deserto (prima lettura). Siamo stati dissetati da uno stesso Spirito effuso dall’amore di Dio nei nostri cuori (seconda lettura).
Quarta Domenica: La luce – il cieco nato (Vangelo). La elezione e consacrazione di Davide (prima lettura). “O tu che dormo, destati dai morti e Cristo ti illuminerà” (seconda lettura).
Quinta Domenica: La risurrezione di Lazzaro (Vangelo). La visione di risurrezione di Ezechiele (prima lettura). “Lo spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi” (seconda lettura).
Il lezionario feriale delle cinque settimane di quaresima viene ad arricchire la tipologia battesimale presentata nelle letture domenicali. Si insiste sulla tipologia dell’Antico Testamento che descrive le sofferenze del giusto, per descrivere poi l’alleanza, il Cristo liberatore che raduna poi nell’unità. Ritroviamo, in una parola, la dimensione pasquale della quaresima: seguire Gesù nella fedeltà e nella sofferenza, nella preghiera, nella penitenza nella conversione per il perdono, ma soprattutto nella carità.
Il lezionario feriale perciò, segue le due direttrici fondamentali: il Battesimo e la Pasqua.
Constatiamo la difficoltà, la nostra incapacità a percorrere questo cammino ne consegue perciò che la preghiera è la prima nostra attività. Purificati dalla preghiera e dalla Parola, noi possiamo seguire Gesù nella fedeltà, nel servizio e nella sofferenza.
Alla base di questi atteggiamenti sta la conversione. Ma nulla di tutto questo si realizza senza la carità vera che è il fondamento del rinnovamento dell’uomo e del mondo.
4. La Quaresima secondo il Messale.
Anche l’Eucologia del tempo della quaresima è situata, in sincronia con le letture, su una linea battesimale e pasquale.
Da uno sguardo d’insieme sul contenuto liturgico e spirituale della Quaresima, vediamo che essa è presentata, dal Lezionario e dal Messale come opera dell’amore di Dio che salva; come opera dell’amore degli uomini, che con il digiuno, l’elemosina, la fede, la carità si uniscono nella Chiesa per ricostruire il mondo nell’unità.
Tutta la Quaresima è orientata, in forma molto accentuata, verso il Mistero Pasquale.
Per completare il quadro sulla Quaresima, vediamo due elementi tra i più caratteristici: il Mercoledì delle Ceneri e l’uso di velare le immagini.
5. Il Mercoledì delle Sacre Ceneri.
“Il mercoledì, da cui inizia la Quaresima, e che ovunque è giorno di digiuno, si impongono le Sacre Ceneri” (NG 29).
L’imposizione delle Ceneri in questo giorno si ricollega strettamente all’idea dell’afflizione e della penitenza che già, presso gli Ebrei e i pagani, si esprimeva coprendosi il capo di cenere e vestendosi di quell’ispido panno chiamato sacco o cilicio (panno ruvido tessuto con peli di capra).
Così Giuditta, prima di accingersi a liberare Betulia “entrò nella sua stanza e, indossato il cilicio, sparse di cenere il suo capo e, prostrandosi davanti a Dio, pregò” (Giud. 9,1).
Gesù stesso deplorando l’impenitenza di Corazim e di Betsaida, dice che esse meriteranno la stessa fine di Tiro e di Sidone, se non faranno penitenza “in cenere e cilicio” (Mt. 11,21).
I Padri della Chiesa (Tertulliano, S. Cipriano, S. Ambrogio, S. Girolamo) accennano frequentemente alla penitenza in cenere e cilicio. La Chiesa, quando nel IV e V secolo perfezionò l’istituto della penitenza pubblica, accompagnò il gesto tradizionale dell’imposizione delle mani con la cenere ed il sacco, per segnare maggiormente la punizione di coloro che avevano commesso peccati gravi e noti.
Il formulario di benedizione delle Ceneri s’incontra dapprima verso al metà del secolo IX nel Pontificale Romano-Germanico. Solo che in questo periodo, diradate assai le fila dei pubblici penitenti, non pochi devoti per spirito d’umiltà e di penitenza si facevano cospargere di cenere specialmente a conclusione della confessione o poco prima di morire. Nel secolo XII il rito delle ceneri fu introdotto nella liturgia ufficiale e lo stesso Pontefice presiedeva al rito nella basilica di S. Sabina sull’Avventino.
6. L’uso di velare le immagini.
Nel nuovo Messale di Paolo VI non si parla più di velare le croci e le immagini sacre come invece era prescritto nel precedente Messale (sabato della quarta settimana di quaresima).
Solo al Giovedì Santo, dopo la riposizione del SS. Sacramento, al Normae Universales De Anno Liturgico n. 20, si dice: “…si tolgano, se è possibile, le croci dalla chiesa. Quelle che rimangono è bene che siano velate”. Al Venerdì Santo poi sono previste due possibilità per l’adorazione della Croce: la prima prevede che sia portata all’altare una croce velata; la seconda prevede una processione dalla porta della Chiesa all’altare portando una croce non velata con un rito simile alla processione del cero nella Veglia Pasquale.

“La Chiesa celebra tutto il mistero del Cristo durante il corso dell’anno, dall’Incarnazione e all’attesa del ritorno del Signore”. (N.U. de Anno Liturgico, 17; SC 102).
“Il triduo della Passione e della Risurrezione del Signore fa risplendere il vertice dell’anno liturgico (SC 102), poiché l’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio è stata compiuta da Cristo specialmente per mezzo del Mistero Pasquale, col quale morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ci ha ridonato la vita. La preminenza di cui gode la Domenica nella settimana, la gode la Pasqua nell’anno” (NG 18).
La celebrazione del mistero Pasquale ha il suo momento culminante nel sacro Triduo della passione e della risurrezione del Signore, tanto che questi giorni risplendono al vertice dell’anno liturgico (NG 18; SC 5) e diventano giorni benedetti, giorni di grazia dedicati alla glorificazione del Signore con “accenti più grandiosi di ogni altro tempo” ( cfr. Prefazio pasquale).
Tutto lo sforzo dell’azione pastorale della Chiesa, incentrata nella liturgia, deve tendere a far vivere il mistero Pasquale con Cristo e con la Chiesa in maniera consapevole, attiva, fruttuosa ((SC 11).
Nostro scopo perciò è quello di conoscere meglio questo “sacramentum Paschale” nelle sue dimensioni storiche, teologiche, pastorali, perché attraverso il complesso dei segni e dei simboli che mette in atto la liturgia, specialmente in questi giorni, sia più facile il passaggio, al seguito di Cristo, dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio.
Il Triduo Pasquale
Originariamente l’anno liturgico si svolgeva seguendo il corso uniforme delle settimane e riunendo i fedeli, ogni otto giorni, per la celebrazione dell’Eucaristia e la commemorazione della morte e risurrezione di Cristo.
A partire dal II secolo si vede staccarsi una settimana che occupa un posto di privilegio: LA SETTIMANA SANTA. In essa la Chiesa rivive giorno per giorno, il ricordo del Signore suo Sposo.
In questa settimana vi è un Triduo Sacro che la caratterizza e le da propriamente il tono di “settimana pasquale”, perché sono i tre giorni nei quali culmina la celebrazione del mistero pasquale.
In questi tre giorni la Chiesa celebra il mistero di una Pasqua unica. La passione, la sepoltura, la risurrezione, non sono che un unico Mistero, un solo passaggio che si svolge nello spazio di tre giorni: il Signore Gesù passa da questo mondo al Padre (Gv. 13,1) e ci fa passare con sé dalla morte alla vita (Rom. 6,3-11; Col. 2,12).
Nei primi secoli la Pasqua cristiana consisteva in due giorni di severa penitenza, il digiuno pasquale di venerdì e del sabato, seguiti dalla celebrazione festosa dei Santi Misteri nella notte della Domenica. Il “triduo” perciò comprendeva inizialmente i giorni di venerdì, sabato e la veglia pasquale o la notte di Pasqua con il giorno seguente.
Come mai oggi il “Triduo sacro” comprende il giovedì, il venerdì e il sabato santo?
E’ difficile stabilire il momento in sui questo spostamento avvenne, ma forse in esso ebbe una parte importante il fatto del trasferimento della celebrazione liturgica della risurrezione di Cristo dalla domenica notte alla giornata del sabato. Fino al tempo di S. Ambrogio a Milano, di S. Agostino a Ippona (+ 430) e fino al tempo di papa Silicio (384-398) a Roma, la veglia battesimale terminava con la celebrazione della Messa poco prima dell’alba. Ma, al principio del V secolo, diminuendo il numero degli eletti da battezzare si incominciò ad anticipare la veglia alla sera del Sabato santo. Ecco perché si ritenne opportuno la celebrazione, all’alba della domenica, di una seconda Messa.
Volendo conservare il “Triduo Sacro” si dovette cominciare a contare da giovedì con la conseguenza però che il Triduo non era più, come anticamente, quello della “passione, morte e risurrezione”, ma il Triduo della passione-morte, cioè il “Triduo” raffigurante “i tre giorni della sepoltura di Cristo” (giovedì-venerdì-sabato).
Solo con la riforma della veglia pasquale ad opera di Pio XII (“Maxima redemtionis nostrae mysteria” del 16.11.1955) si è potuta ristabilire l’antica unità della celebrazione del Mistero pasquale nei suoi elementi inseparabili di Passione e Risurrezione.
Il Triduo Sacro però è diventato di quattro giorni perché, a motivo dell’antichità dell’aggiunta (“molto spesso si aggiunge la solenne memoria dell’istituzione della Santissima Eucaristia”), il Giovedì Santo è rimasto come parte integrante dell’antico triduo, avendo del resto tutte le caratteristiche di un giorno pasquale.
Ciò premesso, vediamo di approfondire il contenuto dei singoli giorni del TRIDUO SACRO.
Il Giovedì Santo
In origine a Roma, il giovedì della settimana di passione e ultima dei giovedì di quaresima, fu come gli altri, aliturgico, cioè senza celebrazione della Messa e distinto dal Triduo Sacro. Si era però nell’imminenza della Pasqua e la vacanza liturgica della mattinata di questo giorno venne ben presto occupata da alcuni riti:
- la riconciliazione dei penitenti pubblici (fine del IV secolo);
- la benedizione degli Oli Santi e la Messa del Crisma (VI – VII secolo);
- la Messa vespertina in Coena Domini (fine del IV secolo).
Ricordiamo in particolare la S. Messa vespertina in Coena Domini dove si svolgono i seguenti riti:
- La lavanda dei piedi: questo rito fu in origine un atto di carità assai comune nella Chiesa e in seguito sancito dai Concilii (1 Tim. 5,10; XVII di Toledo a. 694) e introdotto nei libri liturgici);
- Il cosiddetto “sepolcro”: poiché il Venerdì Santo è sempre stato un giorno aliturgico, l’uso di conservare l’Eucaristia per il giorno seguente è antichissimo (Ordo Romanus 28° a. 800).
I SAncta (inizialmente Pane e Vino; dal secolo XI solo il Pane, da quando cioè decadde la comunione sotto le due specie), venivano riposti, come di consueto, in un sacrario, situato nella sacrestia.
Ma a partire dal secolo XI, sotto la spinta della crescente devozione al SS. Sacramento, la riserva Eucaristica fu conservata sopra un altare della Chiesa e qui trasportata con una certa pompa.
Il simbolismo medioevale aveva riscontrato in questo rito la deposizione di Cristo nel sepolcro e la pietà popolare aveva aggiunto fiori e candele accese tanto che tutt’oggi risulta molto arduo il compito di togliere dalla mente di tanti fedeli l’idea del “sepolcro”.
Le rubriche del nuovo messale parlano di “altare della reposizione”, evitando qualsiasi riferimento che possa richiamare l’idea di sepolcro. “Si educhino inoltre i fedeli a sostare in adorazione dinanzi al Sacramento dell’Eucaristia evitando ogni forma di pellegrinaggio da una Chiesa all’altra che si riduce il più delle volte in semplice distrazione ed evasione. Ad ogni modo l’adorazione deve terminare entro la mezzanotte”.
Il Venerdì Santo
“Il Venerdì della Passione del Signore e, secondo l’opportunità, anche il Sabato Santo fino alla Veglia Pasquale, si celebra il digiuno pasquale. Nel pomeriggio di Venerdì Santo si celebra la Passione del Signore” (NG. 20).
Con il Venerdì della Passione del Signore raggiungiamo il momento del Triduum, in cui la Chiesa celebra più particolarmente la passione e la morte di Cristo.
E’ un gran giorno di lutto per la Chiesa; il dies amaritudinis; il primitivo dies paschae, come lo chiama Tertulliano (De Oratione, 14); la solemnitas passionis Dominicae, secondo S. Agostino (Sermo, 210,1).
Era perciò giorno aliturgico per eccellenza, osservato con prassi unanime sia in Occidente che in Oriente.
La struttura di questa celebrazione rappresenta senza dubbio l’arcaico tipo liturgico proprio dei giorni di stazione infrasettimanale, nei quali non si celebrava l’Eucaristia.
Il celebrante e i ministri rivestiti con paramenti di colore rosso, allusivo al sacrificio di Cristo, appena giunti all’altare, si prostravano bocconi sul pavimento pregando in silenzio; nessun canto li accompagna; il celebrante quindi si alza coi ministri e si da inizio alle letture.
A questa primitiva sinassi aliturgica in seguito fu aggiunta l’adorazione della Croce e il rito della Comunione.
a – La sinassi aliturgica.
L’azione aliturgica cominciava verso sera, al chiudersi del solenne digiuno. Comprendeva una serie di letture e si concludeva con la preghiera dei battezzati.
Le letture: Is. 52,13-53,12; Salmo 30; Ebr. 4,14-16; 5,7-9; Gv. 18,1-40; 19,1-42).
La preghiera universale:
Era uso comune nella Messa fino al secolo VI. Il celebrante dopo aver suggerito il tema della preghiera, lasciava che ciascuno si raccogliesse in silenzio, poi riassumeva le intenzioni di preghiera con una formula unica proclamata ad alta voce. (Il nuovo clima ecumenico inaugurato da Giovanni XXIII e da Paolo VI, ha contribuito a rivedere alcune espressione quali: “perfidis Judeis”, “eretici et scismatici”….
b – L’adorazione della Croce.
Questo rito introdotto a Gerusalemme dopo il ritrovamento della Croce fatta al tempo di Costantino, ci è descritto da S. Cirillo di Gerusalemme (Catechesi X, 19; IV, 10; 13,4).
Il rito era assai semplice: si deponeva il legno della Croce su una tovaglia dopo che il vescovo, clero e fedeli passavano dinanzi a venerare le reliquie baciandole e applicandovi sopra la fronte e gli occhi. Tutto si svolgeva in silenzio.
Il rito venne imitato in numerose Chiese d’Oriente e d’Occidente. Fra queste, e forse la prima, fu Roma e probabilmente verso al seconda metà del secolo VII al tempo dei Papi greci a Roma.
Il rito è descritto dall’Ordo Romanus XXIII (seconda metà del secolo VIII): il Papa col suo seguito va dal Laterano a S. Croce di Gerusalemme. Entrati in Chiesa il Pontefice scopre la Croce, si prostra in adorazione e poi sorge e la bacia. Dopo di lui clero e fedeli fanno altrettanto. Seguono quindi le letture, i salmi responsoriali (senza le orazioni) e quindi il Passio e le Orazioni Solenni. In questo periodo il Pontefice e il clero non fanno la comunione. Nell’Ordo si precisa però che il popolo, se vuole, può fare la comunione.
Il nuovo Messale Romano di Paolo VI, sembra aver ripristinato questi due usi antichissimi relativi all’adorazione della Croce.
Sono previste due possibilità:
- si porta la Croce velata dalla sacrestia e sull’altare si scopre in tre riprese al canto dell’Ecce lignum Crucis (Ecco il legno della Croce). segue l’adorazione da parte dei fedeli.
- Il Sacerdote coi ministri si reca alla porta della Chiesa. Qui riceve la Croce non velata e processionalmente la reca in presbiterio acclamando, per tre volte (sul modello del cero pasquale), Ecce ligum Crucis. Segue l’adorazione da parte dei fedeli.
La Croce domina tutta la celebrazione. Illuminata dai raggi della risurrezione, essa appare come il trono di gloria e trofeo di vittoria; la passione di Cristo diviene “beata” e la sua morte riscatto di tutta l’umanità. Sulla croce Cristo non è vinto, ma un vincitore; il Cristo della croce è inseparabile dal Cristo della risurrezione.
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Nel programma di questo giorno, la pietà dei fedeli ha inserito, da oltre tre secoli, una devozione paraliturgica, la Via Crucis, con la quale intende ripercorrere le tappe del doloroso cammino compiuto da Cristo dal Pretorio al Calvario.
Il Sabato Santo
Il Sabato Santo è sempre stato, a Roma come in Oriente, un giorno rigorosamente aliturgico, che escludeva per tutti ogni servizio anche semplicemente eucologico (letture, orazioni).
Il digiuno stesso diventa più severo e si collega così strettamente alla Veglia successiva da conferirgli, come diceva Tertulliano, un valore ascetico, inseparabile da quello della festa di pasqua.
Il Sabato Santo che preludeva la grande festa di Pasqua, era dedicato quasi esclusivamente all’ultimo scrutino degli eletti:
- l’ultimo esorcismo, concluso col rito dell’Effetà;
- l’unzione con l’Olio dei catecumeni;
- la triplice rinunzia a satana;
- la redditio simboli, cioè la recita del Credo Apostolico.
Dal secolo V-VI, col diminuire il numero dei battezzati adulti e col diffondersi in Occidente del costume di battezzare anche fuori della notte pasquale, il sabato perdette la sua autentica autonomia per arricchirsi anacronisticamente dei riti vigilari pasquali.
Con la riforma della Veglia pasquale ad opera di Pio XII (1955), il Sabato Santo ha finalmente riacquistato tutto il suo contenuto e valore liturgico.
In questo giorno “come il seme affidato alla terra, Cristo “riposa” nel sepolcro, in attesa della risurrezione. La Chiesa veglia presso la tomba del suo Signore, partecipe del suo stesso mistero: anche essa infatti attende la risurrezione dell’ultimo giorno, “il grande giorno del Signore”. La speranza nella risurrezione e l’entrata del Messia, vincitore della morte, nel santuario del cielo, è il tema dominante della Liturgia della Ore. Adombrata nel Salmi e nelle letture del Profeta, la risurrezione del Signore trascende ogni prospettiva di sopravvivenza e di prolungamento della vita terrena, inaugurando un modo nuovo di esistenza, che le letture del Nuovo Testamento mettono a fuoco sotto diversi aspetti. Uno di essi è “la discesa di Cristo agli inferi”, cioè al soggiorno dei morti, che è ricordato nel simbolo della fede battesimale, come un momento importante nella storia della nostra salvezza. (come è ricordato dal Messale dell’Assemblea Cristiana, 1973).
Il Sabato Santo è perciò un giorno solo apparentemente vuoto; in realtà è un giorno pieno di dinamismo pasquale insospettato, carico di una attesa quasi spasmodica di passare dalla solitudine, dal silenzio, dal digiuno, alla gioia, al canto, al tripudio. Il clima del Sabato corrisponde a quello delle grandi attese, che fanno palpitare nella profondità della coscienza umana.

“La Veglia Pasquale, durante la notte in cui Cristo è risorto, è considerata come la “madre di tutte le veglie” (S. Agostino, Sermo 219, PL. 38, 1088).
In essa la Chiesa attende vegliando la risurrezione del Cristo e la celebra nei Sacramenti. Quindi tutta la celebrazione di questa sacra Veglia si deve svolgere di notte, cosicché cominci all’inizio della notte e termini prima dell’alba della Domenica” (NG. 21).
a. Punto d’incontro tra il mistero della Passione e della Risurrezione.
Questa notte appartiene ancora al tempo in cui si celebra la morte di Cristo e tuttavia “appartiene già all’inizio della Domenica che il Signore ha consacrato con la gloria della Risurrezione” (S. Agostino, Sermo 220, PL 38, 1089-1090).
Questa notte è dunque situata al punto centrale del Mistero della Salvezza. Nella sua unità essa guarda contemporaneamente verso il Venerdì Santo e il tempo della preparazione della Pasqua, e verso il periodo dei cinquanta giorni che celebra in un unico giorno festivo prolungando il trionfo del Risorto.
b. Mistero del Cristo Salvatore e mistero del Cristiano Salvato.
Celebrando la morte e la risurrezione del Signore, la Chiesa non ricorda soltanto un avvenimento storico passato. Essa celebra “sacramentalmente” il Mistero della Salvezza ed evocando la morte e la risurrezione di Cristo ne attualizza l’efficacia misteriosa.
Il mistero della Pasqua è dunque, ad un tempo, il mistero di Cristo capo e il mistero della Chiesa, corpo di Cristo. Nella veglia Pasquale Cristo applica più particolarmente alla sua Chiesa la potenza salvifica della sua morte e della sua risurrezione e lo strumento della sua azione è la celebrazione stessa che ne fa la Chiesa.
c. Veglia dell’iniziazione cristiana.
I cristiani, figli dell’Alleanza nuova, hanno il dovere di santificare la notte della risurrezione con una veglia in onore del Signore, come i loro Padri dell’antico Testamento santificarono la notte dell’Esodo (Es. 12,42; 13,8).
E’ la notte in cui si sta svegli perché si attende il passaggio del Signore, perché si ripeta o, meglio, si compia il nuovo Esodo.
Non si veglia perché Cristo è risorto di notte, né per aspettare la risurrezione, quasi che non fosse avvenuta, ma si veglia per dimostrare che attendiamo il ritorno di Cristo, per fare una volta l’anno quello che si dovrebbe fare sempre, sia materialmente sia spiritualmente: vivere in attesa, conservare un atteggiamento di vigilanza, di tensione piena di speranza verso l’unico e futuro avvenimento decisivo, il ritorno di Cristo.
Tutta la comunità cristiana in questa notte prende coscienza della sua nascita come popolo, della sua unità, della sua fede vittoriosa, in piena gioia, attorno al Cristo risorto e misteriosamente presente.
Una tale notte acquista quindi un valore “sacramentale”:
- è una veglia in cui dobbiamo mantenere vivo il ricordo di ciò che Dio ha fatto per noi nel passato con un atto di fede e di riconoscenza (Rom. 10,9);
- è una veglia di attesa in cui la Chiesa si tiene sveglia e aspetta, portando in mano la lampada accesa (Lc. 12,35ss), il ritorno del Signore (Mc. 13,33-37), per sedere alla sua mensa ed essere sempre con lui (1 Tess. 4,17);
- è anche la notte dei misteri. Cristo risuscitato si rende presente tra i suoi e ci comunica, per mezzo dei Sacramenti, la pienezza della sua vita ritrovata.
Dalla fine del III secolo la Chiesa ha riservato a questa veglia l’amministrazione solenne del Battesimo.
S. Basilio giustificava questa prescrizione così: “Quale tempo ha più affinità col Battesimo del giorno di Pasqua? Questo giorno è il memoriale della risurrezione; il Battesimo è il germe di risurrezione. Riceviamo dunque, nel giorno della risurrezione, la grazia della risurrezione”.
Gli eletti erano ammessi, in questa notte beata, alla rinascita nell’acqua e nello Spirito Santo per essere incorporati a Cristo e alla Chiesa. Poi, partecipando per la prima volta al sacrificio Eucaristico, prendevano parte all’offerta e si comunicavano con il Corpo e il Sangue dell’Agnello di Dio. Fra il Battesimo e l’Eucaristia si riceveva normalmente il Sacramento della Cresima che, sotto il segno del Crisma, dà la pienezza dei doni dello Spirito e senza il quale l’iniziazione cristiana non sarebbe completa.
Il mistero della notte Pasquale reca a tutti i membri della comunità cristiana una grazia di rinnovamento, un ritorno alla giovinezza d’animo dei rinati. I riti a cui partecipiamo ci fanno acquistare una nuova coscienza della nostra incorporazione a Cristo, della nostra conformazione a Lui nel suo mistero di sofferenza e di gloria, di morte e di vita.
La Veglia Pasquale diventa, per coloro che vi partecipano con fede e devozione, la festa annuale dell’iniziazione, l’anniversario comune dei nostri battesimi e delle nostre prime comunioni.
d. Riti annessi alla Veglia Pasquale.
La liturgia della Veglia Pasquale comprende quattro parti:
“Dopo un breve “lucernario” 8parte prima), la Santa Chiesa medita le “meraviglie” che il Signore ha compiuto nel suo popolo fin dall’inizio e confida nella sua Parola e nella sua Promessa (seconda parte o liturgia della Parola), fino al momento in cui, avvicinandosi il giorno della Risurrezione, con i suoi membri rigenerati nel Battesimo (terza parte), vengono invitati alla mensa, che il Signore ha preparato al suo popolo per mezzo della sua morte e resurrezione (parte quarta), (Messale Romano, p. 159, n. 2)”.
Parte prima: Solenne inizio della Veglia o “lucernario”.
Le luce della Chiesa sono spenta; fuori si prepara un fuoco che divampi; si porta il cero pasquale. Il sacerdote saluta il popolo radunato e tiene una breve esortazione sulla veglia pasquale. Quindi benedice il fuoco e ad esso accende il cero pasquale. Ha inizio la processione: il diacono o il sacerdote porta il cero pasquale e per tre volte canta: Lumen Christi (Luce di Cristo); alla terza acclamazione si accendono le luce della Chiesa.
Viene proclamato l’Annuncio Pasquale mentre il popolo ascolta in piedi tenendo in mano la candela accesa.
La benedizione del fuoco, che prende inizio nell’oscurità delle tenebre del peccato e della morte, da cui l’uomo non ha mai finito di uscire, è interamente ordinata al Cero Pasquale che rappresenta Cristo, principio della salvezza. Nella fiamma del Cero brilla la luce del Risorto dalla quale ogni uomo deve essere illuminato. Quando, subito dopo, s’inizia la processione del Cero acceso, al grido di Lumen Christi, e a poco a poco la luce si diffonde sulla folla dei partecipanti, che successivamente ricevono dal Cero Pasquale la fiamma della loro candela, la Chiesa celebra la diffusione della salvezza che viene dal Risorto.
Il canto dell’Exultet commenta allora la penetrazione e la diffusione di questa luce nel mondo che essa sottrae alle tenebre del peccato, guida nella sua uscita dall’Egitto, e illumina grazie al Battesimo che purifica e rinnova.
Parte seconda: Liturgia della Parola.
In questa Veglia, vengono proposte nove letture, cioè sette dall’Antico Testamento e due (Epistola e Vangelo) dal Nuovo Testamento. La lettura della Parola di Dio è fondamentale nella Veglia Pasquale. Se per motivi pastorali si dovesse ridurre qualche lettura, non si omette mai il brano dell’Esodo 14 (terza lettura).
Le letture si ascoltano seduti, dopo aver spento le candele.
Parte terza: Liturgia Battesimale.
Il sacerdote con i ministri si reca al fonte battesimale, se questo è in vista per i fedeli; altrimenti si pone nel presbiterio un bacile con l’acqua. Dopo una esortazione ai fedeli, si intonano le litanie dei Santi e si benedice l’acqua battesimale (secondo l’opportunità si può immergere il Cero Pasquale).
Se non ci sono battezzandi, né si deve benedire il fonte battesimale, si procede alla benedizione dell’acqua lustrale.
A questo punto, stando tutti in piedi con le candele accese, si rinnovano le promesse del battesimo. Al termine il sacerdote asperge l’assemblea con l’acqua benedetta. La liturgia prosegue con la preghiera dei fedeli.
La Chiesa non ci invita soltanto a ricordare che siamo stati battezzati; essa domanda ad ogni cristiano di trovare coscientemente aiuto nel proprio “carattere” di battezzato e nelle grazie che ne derivano, per riconfermarsi nella sua realtà di figlio e per riconoscere Dio come Padre per mezzo di Cristo Salvatore, nell’unità dello Spirito e nell’appartenenza alla Chiesa.
Parte quarta: Liturgia Eucaristica.
L’azione salutare di Cristo morto e risorto si esercita eminentemente per mezzo dei due grandi sacramenti che la Chiesa celebra in questa Veglia: il Battesimo che introduce ciascun uomo nella Chiesa, realizzando in lui il mistero della morte e della risurrezione di Cristo (Rom. 6,3-8), e l’Eucaristia che è per eccellenza il memoriale di questa morte e di questa risurrezione, il grande Sacramento della Pasqua del Signore.
L’Eucaristia di questa notte singolare non si riferisce soltanto al trionfo personale di Cristo. Con la presenza reale del Risorto, ogni discepolo trova in Galilea il Signore veramente risorto e vivente che, in quel luogo, lo ha preceduto.
Così l’Epistola domanda a San Paolo di ricordare a ogni cristiano che il mistero di Cristo morto e risorto è il suo proprio mistero, che egli è “risorto con Cristo”. L’unico mistero di Cristo e del cristiano, morti e risuscitati, è vigorosamente affermato nel Prefazio:
“morendo egli ha distrutto la morte
e risorgendo ha ridato a noi la vita”.

“I cinquanta giorni che si succedono dalla Domenica di Risurrezione alla Domenica di Pentecoste,
si celebrano nell’esultanza e nella gioia come un solo giorno di festa,
anzi come “la grande Domenica” (S. Atanasio, Lettera festale I, PG 26, 1366).
Sono i giorni nei quali, in un modo del tutto speciale, si canta l’Allulja.
Le domeniche di questo tempo vengono considerate come domeniche di Pasqua e,
dopo la Domenica di Risurrezione, si chiamano anche domeniche II, III, IV, V, VI, VII di Pasqua.
Questo tempo dei cinquanta giorni si conclude con la Domenica di Pentecoste “ (NG 22-23).
L’uso di protrarre per cinquanta giorni la festa di Pasqua fino a Pentecoste faceva già parte dell’anno liturgico ebraico e per quanto nella tradizione cristiana il tempo pasquale abbia assunto un significato sostanzialmente diverso dall’antico, è probabile che la Chiesa primitiva, se non gli Apostoli stessi, si sia ispirata nell’istituirlo al costume ebraico.
In questo unico ininterrotto giorno pasquale viene presentato e celebrato in tutti i suoi aspetti il mistero di Cristo Redentore nei suoi momenti essenziali, passione, morte, risurrezione, ascensione, effusione dello Spirito Santo; e, coordinato ad essi, il richiamo della grazia ricevuta dai neofiti nel loro recente battesimo.
Da questo mistero complesso, celebrato globalmente, si stacca successivamente qualche aspetto particolare al quale si dedica un tempo determinato di commemorazione.
L’Ottava di Pasqua.
“I primi otto giorni del tempo Pasquale costituiscono
l’Ottava di Pasqua e si celebrano come solennità del
Signore” (NG 24).
La Chiesa, ispirandosi certamente all’antichissimo costume ebraico (Esodo 2,14.19), la prolungato la massima festa cristiana per sette giorni interi, quasi un unica continuata Domenica Pasquale.
Nella Chiesa antica questo settenario pasquale era in modo particolare indirizzato al perfezionamento dei neofiti, sia completandone l’istruzione religiosa con apposite catechesi, sia concretizzare la volontà nel bene con la partecipazione quotidiana nell’Eucaristia.
La settimana pasquale terminava con il sabato seguente; ottava del Battesimo celebrato nella veglia pasquale, e giorno in cui i nuovi battezzati deponevano le loro vesti bianche.
In questa settimana due grandi temi si intrecciano:
- quello della Risurrezione (sviluppato principalmente dal lezionario), e
- quello del Battesimo (svolto in quasi tutti i formulari eucologici).
L’Ascensione.
“L’Ascensione del Signore si celebra il quarantesimo giorno
dopo la Pasqua, eccetto nei luoghi in cui non è di precetto,
dove viene trasferita alla VII Domenica del Pasqua (NG25).
Determinato il giorno della Pentecoste, questo portò per conseguenza alla scelta di un giorno commemorativo dell’Ascensione.
Sempre sotto l’influenza del libro degli Atti, si scelse il quarantesimo giorno dopo la Pasqua (At. 1,3). La nuova festa appare nella seconda metà del IV secolo e, nel secolo seguente, tutte le Chiese la celebrano. A Roma la vigilia non è anteriore al VII secolo. Il “Nuovo Calendario Romano” non prevede una vigilia per l’Ascensione.
L’Ottava fu abolita da Giovanni XIII nel 1955.
La Pentecoste
“I giorni dopo l’Ascensione fino al sabato prima di Pentecoste,
preparano la venuta dello Spirito Santo” (NG 26).
Presso gli Ebrei la festa di Pentecoste o delle Settimane, come la chiama il Pentateuco (Es. 34,22; Lev. 23,15), perché celebrata sette settimane dopo Pasqua, aveva come scopo di ringraziare Dio della raccolta dei cereali che allora stava per concludersi.
Questo cinquantesimo giorno, festa agricola per eccellenza, era solennizzato con l’offerta di sacrifici particolari. Aveva anche un carattere familiare: tutta la casa, compresi gli schiavi, dovevano prendere parte alla festa. Ringraziando Dio per il raccolto, Israele non doveva dimenticare di essere stato povero e schiavo in Egitto. La Pentecoste si riallaccia così al ciclo delle feste pasquali e le chiude solennemente. Celebrata cinquanta giorni dopo la Pasqua, la Pentecoste era anche una festa “giubilare”.
L’anno giubilare comportava tre doveri:
- riposo della terra;
- ritorno del suolo ai primitivi proprietari;
- liberazione degli schiavi.
Nella tradizione rabbinica posteriore a nostro Signore, si attribuì a questa data della pentecoste la promulgazione della Legge fatta a Mosè sul monte Sinai.
La primitiva riflessione cristiana su questa festa recepì, con varietà d’importazione, gli elementi ebraici preesistenti, per cui:
- Gesù, divenuto la primizia dell’umanità invia i suoi discepoli a raccogliere il resto della messe e la Pentecoste non è che l’avvio di questo lavoro spirituale che occupa ormai tutta la durata del tempo: la messe dei secoli.
- Gesù si è presentato come il liberatore (Lc. 4,21). Con la Pentecoste, a loro volta, i discepoli iniziano la loro opera di liberazione, della salvezza totale delle anime e del grande perdono. Per il dono dello Spirito Santo noi ritorniamo alla Grazia a all’amicizia di Dio; alla libertà dei figli di Dio, all’eredità e al possesso della terra. Festa della libertà e della redenzione, ci invita alla riconoscenza e alla gioia pasquale.
- Per noi la Pentecoste è la proclamazione della carta nuova dell’umanità, il Vangelo che succede alla Legge. E’ la festa del Vangelo (S. Isidoro). Non più una legge per un solo popolo, ma un Vangelo per tutte le nazioni, per tutti gli uomini, senza distinzione di razza, di cultura, di religione. La Legge era scritta su pietra; il Vangelo è impresso nei nostri cuori.
La Pentecoste, pur mantenendo il ruolo di chiusura del Tempo Pasquale, in realtà non lo chiude ma lo estende da Cristo alla Chiesa, la quale nella fiamma e nella luce dello Spirito Santo dovrà, con l’opera dei suoi Apostoli, sviluppare un Regno universale di Cristo nell’universo.

Il Tempo di Avvento
La storia Nel tempo in cui incomincia a determinarsi l’esigenza di un periodo di preparazione alle feste della manifestazione del Signore, la Chiesa aveva già fissato le modalità di preparazione alle feste pasquali. Nel IV secolo il tempo pasquale e quaresimale avevano già assunto una configurazione vicinissima a quella attuale. L’origine del tempo di Avvento è più tardiva, infatti viene individuata tra il IV e il VI secolo.
La prima celebrazione del Natale a Roma è del 336, ed è proprio verso la fine del IV secolo che si riscontra in Gallia e in Spagna un periodo di preparazione alla festa del Natale. Per quanto la prima festa di Natale sia stata celebrata a Roma, qui si verifica un tempo di preparazione solo a partire dal VI secolo. Senz’altro non desta meraviglia il fatto che l’Avvento nasca con una configurazione simile alla quaresima, infatti la celebrazione del Natale fin dalle origini venne concepita come la celebrazione della risurrezione di Cristo nel giorno in cui si fa memoria della sua nascita.
Nel 380 il concilio di Saragozza impose la partecipazione continua dei fedeli agli incontri comunitari compresi tra il 17 dicembre e il 6 gennaio. In seguito verranno dedicate sei settimane di preparazione alle celebrazioni natalizie. In questo periodo, come in quaresima, alcuni giorni vengono caratterizzati dal digiuno. Tale arco di tempo fu chiamato "quaresima di S. Martino", poiché il digiuno iniziava l’11 novembre. Di ciò è testimone S. Gregorio di Tours, intorno al VI secolo.
Il significato teologico
La teologia dell’Avvento ruota attorno a due prospettive principali. Da una parte con il termine "adventus" (= venuta, arrivo) si è inteso indicare l’anniversario della prima venuta del Signore; d’altra parte designa la seconda venuta alla fine dei tempi. Il Tempo di Avvento ha quindi una doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all'attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi.
L’attuale celebrazione
Il Tempo di Avvento comincia dai primi Vespri della domenica che capita il 30 novembre o è la più vicina a questa data, e termina prima dei primi Vespri di Natale. È caratterizzato da un duplice itinerario - domenicale e feriale - scandito dalla proclamazione della parola di Dio.
1. Le domeniche Le letture del Vangelo hanno nelle singole domeniche una loro caratteristica propria: si riferiscono alla venuta del Signore alla fine dei tempi (I domenica), a Giovanni Battista (Il e III domenica); agli antefatti immediati della nascita del Signore (IV domenica). Le letture dell'Antico Testamento sono profezie sul Messia e sul tempo messianico, tratte soprattutto dal libro di Isaia. Le letture dell'Apostolo contengono esortazioni e annunzi, in armonia con le caratteristiche di questo tempo.
2. Le ferie Si ha una duplice serie di letture: una dall'inizio dell'Avvento fino al 16 dicembre, l'altra dal 17 al 24. Nella prima parte dell'Avvento si legge il libro di Isaia, secondo l'ordine del libro stesso, non esclusi i testi di maggior rilievo, che ricorrono anche in domenica. La scelta dei Vangeli di questi giorni è stata fatta in riferimento alla prima lettura. Dal giovedì della seconda settimana cominciano le letture del Vangelo su Giovanni Battista; la prima lettura è invece o continuazione del libro di Isaia, o un altro testo, scelto in riferimento al Vangelo. Nell'ultima settimana prima del Natale, si leggono brani del Vangelo di Matteo (cap. 1) e di Luca (cap. 1) che propongono il racconto degli eventi che precedettero immediatamente la nascita del Signore. Per la prima lettura sono stati scelti, in riferimento al Vangelo, testi vari dell'Antico Testamento, tra cui alcune profezie messianiche di notevole importanza.
La novena di Natale
Come si è appena visto, il tempo di Avvento guida il cristiano attraverso un duplice itinerario: "È tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi" (Norme per l’anno liturgico e il calendario, 39: Messale p. LVI). Nella liturgia delle prime tre domeniche e nelle ferie sino al 16 dicembre si può notare l’insistenza sul tema della seconda venuta di Gesù alla fine dei tempi, mentre nei giorni compresi tra il 17 e il 24 tutta la liturgia è ormai tesa verso la celebrazione della nascita del Figlio di Dio.
La novena di Natale cade pienamente nel secondo periodo dell’Avvento. Le novene sono celebrazioni popolari che nell’arco dei secoli hanno affiancato le "liturgie ufficiali". Esse sono annoverate nel grande elenco dei "pii esercizi". "I pii esercizi - afferma J. Castellano - si sono sviluppati nella pietà occidentale del medioevo e dell’epoca moderna per coltivare il senso della fede e della devozione verso il Signore, la Vergine, i santi, in un momento in cui il popolo rimaneva lontano dalle sorgenti della bibbia e della liturgia o in cui, comunque, queste sorgenti rimanevano chiuse e non nutrivano la vita del popolo cristiano".
La novena di Natale, pur non essendo "preghiera ufficiale" della Chiesa, costituisce un momento molto significativo nella vita delle nostre comunità cristiane. Proprio perché non è una preghiera ufficiale essa può essere realizzata secondo diverse usanze, ma un indiscusso "primato" spetta alla novena tradizionale, nella notissima melodia gregoriana nata sul testo latino ma diffusa anche nella versione italiana curata dai monaci benedettini di Subiaco.
La domanda che ogni operatore pastorale dovrebbe porsi di anno in anno è: "come posso valorizzare la novena di Natale per il cammino di fede della mia comunità?". Può infatti capitare che tale novena continui a conservare intatta la caratteristica di "popolarità" venendo però a mancare la dimensione ecclesiale, celebrativa e spirituale. Tali dimensioni vanno recuperate e valorizzate per non far scadere la novena in "fervorino pre-natalizio".
1. Recupero della dimensione ecclesiale-assembleare Pur non essendo - come si è detto - una preghiera ufficiale della Chiesa, la novena può costituire un momento ecclesiale molto significativo. Molti vi partecipano perché "attratti" dalla "novena in latino" (le chiese in cui la si canta in "lingua ufficiale" sono gremite!) e vi si recano per una forma di godimento personale che pone radici nella nostalgia dei tempi passati e non nel desiderio di condividere un momento di approfondimento della propria fede. È bene che i partecipanti prendano coscienza che sono radunati per una celebrazione che ha lo scopo di preparare il cuore del cristiano a vivere degnamente la celebrazione del Natale.
2. Recupero della dimensione celebrativa La novena di Natale è molto vicina alla celebrazione dei vespri. Va pertanto realizzata attraverso una saggia utilizzazione dei simboli della preghiera serale: la luce e l’incenso. È bene che vi sia una proclamazione della parola e una breve riflessione. L’intervento in canto dell’assemblea va preparato e guidato. È utile ricordare che l’esposizione del SS. Sacramento col solo scopo di impartire la benedizione eucaristica - usanza frequente nelle novene di Natale - è vietata (Rito del culto eucaristico n. 97).
3. Recupero della dimensione spirituale La novena di natale è una "antologia biblica" ricca di nutrimento per lo spirito. È quindi l’occasione per proporre non una spiritualità devozionale ma ispirata profondamente dalla Parola di Dio. Non è l’occasione per fare "bel canto" ma per lasciarsi coinvolgere esistenzialmente dalla Parola di Dio cantata.
Riprendiamo il contenuto teologico-liturgico dell'Avvento.
La Chiesa attraverso i secoli, ci fa leggere brani della scrittura (Lezionario) e ci offre delle Orazioni (messale), perché quella salvezza di cui facciamo "memoriale" ci venga accordata anche attualmente.
a. Il Lezionario.
Ciclo Domenicale: ciclo A, B, C.
Le letture del Vangelo hanno nelle singole Domeniche una loro caratteristica propria:
- Prima Domenica: la venuta del Signore alla fine dei tempi;
- Seconda e Terza Domenica: Giovanni il Battista;
- Quarta Domenica: gli antefatti immediati alla nascita del Signore.
Le letture dell'Antico Testamento sono profezie sul Messia e sul tempo Messianico, tratte soprattutto dal Libro di Isaia.
Le letture dell'Apostolo contengono esortazioni e annunci, in armonia con le caratteristiche di questo tempo.
Ciclo feriale: ciclo unico.
Si ha una duplice serie di letture: una dall'inizio dell'Avvento fino al 16 Dicembre, l'altra dal 17 al 24 Dicembre.
Nella prima parte dell'Avvento si legge il Libro di Isaia, secondo l'ordine del libro stesso. La scelta dei Vangeli di questi giorni è stata fatta in riferimento alla prima lettura.
Dal Giovedì della seconda settimana cominciano le letture del Vangelo su Giovanni il Battista.
Nell'ultimo settimana, prima di Natale, si leggono brani del Vangelo di Matteo (cap.1) e di Luca (cap.1), con la narrazione degli eventi che precedettero immediatamente la nascita del Signore.
b. Il Messale.
La maggior parte della Orazioni e dei Prefazi, dell'attuale Messale Romano, provengono dagli antichi libri liturgici quale il Rotolo di Ravenna (sec. V-VI), il Sacramentario Gelasiano Antico (sec. VII), il Sacramentario Gregoriano (sec. VIII).
L'Avvento risulta composto da due tematiche che corrono parallele l'una all'altra: quella escatologia-parusiaca e quella natalizia.
L'Avvento escatologico: tema centrale e comune a tutte le preghiere del messale nel tempo di Avvento è la venuta di Cristo sia nell'Incarnazione, sia alla fine dei tempi come Giudice e Signore.
L'Avvento escatologico è visto nella prospettiva dell'ultimo giudizio che Cristo farà di tutti noi. La venuta del Signore è attesa con sollecitudine, attenti e vigilanti nella preghiera e esultanti nella lode, come i servi vigilanti e le dieci vergini del Vangelo.
Pur esistendo una differenza tra le due venute (Incarnazione e Parusìa) di Cristo, c'è allo stesso tempo una stretta relazione: l'Incarnazione (nella umiltà della nostra natura umana) è compimento della promessa di Dio di aprire la via "dell'eterna salvezza" e nel medesimo tempo garanzia di godere al termine di questa vita la pienezza della manifestazione di Cristo.
Nel tempo che corre tra l'Incarnazione e la Parusìa, tempo della Chiesa, tempo intermedio, l'uomo è "già" salvo, ma "non ancora" definitivamente. Rimane in lui la possibilità di rifiutare tale dono. Di qui la necessità di vivere l'"oggi" nella speranza e "vigilanti nell'attesa".
L'Avvento Natalizio: dall'analisi dei testi eucologici (Orazioni e Prefazi), ci sembra di distinguere due grandi temi, quello cristologico e quello mariano, temi che si presentano intimamente collegati tra loro.
1. Tema cristologico: la presentazione alla celebrazione della nascita di Cristo viene espressa con il tema biblico della preparazione delle vie del Signore. Benché cristo sia ormai venuto, il nostro incontro definitivo con lui non è ancora compiuto. L'avvento che prepara il Natale come "memoria" della nascita di Gesù, pone la Chiesa in attesa del Signore che viene e che verrà definitivamente alla fine dei tempi.
Il cento dell'Avvento è il Mistero di Cristo quale Mistero di Salvezza.
2. Tema mariano: è tradizione antica e costante nelle diverse liturgie della Chiesa, la venerazione di Maria durante il tempo di Avvento. Questo periodo dell'anno liturgico è orientativamente mariano. La liturgia ci insegna così che la persona e il culto di Maria non possono concepirsi separati dalla persona e dal culto del suo Figlio Gesù.
La Domenica IV e dal giorno 17 in poi le letture e i formulari sono pervasi della presenza della Madonna.
Natale del Signore
Introduzione.
Quando ci avviciniamo al Natale abbiamo in noi sentimenti contrastanti:
come uomini: - sdolcinate decorazioni natalizie;
- pressione consumistica: regali da fare e da ricevere;
- il sentimentalismo borghese fatto da centinaia di migliaia di biglietti di auguri dove le parole religiose: Cristo,
Gesù, il Santo, il Dio che viene, sono totalmente eliminate e che di religioso c'è ben poco;
- i pranzi e le cene, il ballo nei locali notturni, le feste intime tipo "romano", hanno il sapore non di gioia della
festa, ma di consumare il più possibile e apparire almeno per un giorno simile ai modelli che la società
pubblicitaria ci propina attraverso i Mass Media.
Tutto questo non ha nulla di Chiesa, né della sua dottrina né della sua liturgia e tanto meno del Natale del Signore che viene.
come cristiani: ci sentiamo confusi e spauriti e le domande che ci poniamo sono molteplici:
- cosa si celebra a natale? Un Bambino che nasce o un uomo che viene al mondo e che ha un messaggio da
darci e da comunicarci?
- Questa nascita come incide nella mia vita e che senso dà alla mia esistenza?
- Perchè celebrare il Natale proprio a Natale che forse oggi, è diventato più un peso di doverlo affrontare
noi uomini e cristiani?
- Ce la facciamo a celebrare volentieri il Natale partecipando interiormente ad ogni avvenimento: gesti, parole,
cose che partono dalla Liturgia e arrivano alla vita?
Non è una critica, ma pone in chiaro che si celebra il Natale partendo dal Natale, cioè, dalla nascita di Gesù Cristo, Figlio di Dio, e che la gioia e la festa espressa umanamente nelle sue dimensioni esteriori ha senso solo e soltanto alla luce di questa Nascita.
Arriviamo così a chiederci: CHI E' GESU' ?
Un uomo in tutte le sue dimensioni.
Non si può pensare a Gesù come ad un 'involucro' di Dio. O a Cristo-Dio che "usa" il corpo umano per essere presente in mezzo agli altri.
I discepoli, gli Apostoli, la gente della Palestina, fanno esperienza di Gesù come di loro stessi: un uomo che inizia la sua vita come tutti gli uomini, che vive in una storia, una vita comune che tende alla morte, che parla la loro stessa lingua, che accetta la loro situazione sociale e religiosa; ciò che dice è preso dalla vita di tutti i giorni, ed è un uomo che sa soffrire, ridere, piangere, gioire, meravigliare, che visse e che morì.
Gesù fu un uomo, un vero uomo, come siamo noi.
Per capire il Natale bisogna partire da questa esperienza dell'uomo Gesù.
Il messaggio del Natale è, anzitutto, il messaggio della nascita, dell'inizio di un uomo.
Il senso umano di una vita è verificabile solo se teniamo presente il suo inizio e il suo compimento, cioè il termine di questo esistere.
In Gesù, come in ogni uomo, la vita è sorretta dalla forza di Dio che dà senso e permette di orientarla verso la maturazione e la completezza.
Solo il compimento di una vita svela il suo inizio, ed è per questo che Dio ha voluto il suo Figlio in una dimensione umana, perchè svelandone l'inizio desse concreto senso all'esistenza umana.
Il Mistero, o l'atteggiamento di amore di Dio all'uomo, sta in questo: la vita dell'uomo e il suo termine esprimono l'inizio della volontà di vivere che è dono all'umanità. In Gesù si esprime questo dono di Dio all'uomo.
La cristianità, a partire dal Nuovo Testamento, per esprimere l'esperienza della vita di Gesù e del suo compimento, è giustamente risalita al suo inizio, alla sua generazione e alla sua nascita. Perciò, la nascita di Gesù diventa corrispondente a ciò che ha rivelato nella sua vita.
Il Tempo di Natale
Origine del Natale e dell'Epifania.
La Chiesa primitiva ha conosciuto una sola festa: il giorno del Cristo Kyrios (il Signore Risorto), la Pasqua. Solo nel IV secolo appare la solennità della venuta del Signore tra gli uomini. allora non si tratta tanto di commemorare un anniversario, quanto piuttosto di opporsi alle feste pagane del solstizio d'inverno celebrate a Roma il 25 Dicembre e in Egitto il 6 Gennaio. La festa di Natale di Cristo sole e quella della sua Epifania, fu accolta dalle Chiese con tanto più fervore in quanto essa costituiva, di fronte all'eresia ariana, una proclamazione del dogma di Nicea (325).
Contenuto del Natale e dell'Epifania.
NATALE: vuol dire anniversario della nascita che era nel IV secolo di uso corrente. Le corti avevano applicato questo termine ai giorni che segnavano le glorificazione dell'imperatore, come quelli della sua ascesa al trono e della sua apoteosi (deificazione dell'imperatore dopo la sua morte).
EPIFANIA: manifestazione, apparizione, avvento. Per il mondo greco-romano significava sia l'apparizione e la manifestazione della divinità in soccorso agli uomini, sia gli avvenimenti festivi di un sovrano.
Quando dalla seconda metà del IV secolo Roma cominciò a festeggiare il 6 Gennaio, trasferì a questa data il ricordo dell'adorazione dei Magi, che divenne il tema centrale della sua epifania, conservando al 25 Dicembre soltanto la celebrazione della nascita di Gesù con l'adorazione dei pastori.
Prospettiva dell'Epifania occidentale.
Il tema centrale è quello della manifestazione del Signore Dio che ha riempito il mondo intero con la sua gloria. Questa gloria si manifesta in Cristo, splendore della gloria del Padre che illumina tutte le genti. La luce che illumina è la fede che ci guida tra le tenebre del mondo a contemplare la bellezza divina.
Prospettiva dell'Epifania orientale.
E' espressa nella colletta (preghiera) della festa del Battesimo di Gesù. Al Giordano avviene la teofania della Trinità sull'umanità di Cristo. Gesù quale oggetto unico del suo amore per la nostra salvezza.
Perciò, Gesù, riceve lo Spirito, segno escatologico, (definitivo) dell'amore del Padre.
Tra l'Oriente e l'Occidente si possono riscontrare queste differenze nel contemplare il Natale:
l'Occidente preferisce fermarsi sull'aspetto umano dei mistero di Cristo; l'oggetto della devozione è Gesù, il figlio di Maria; in lui si adora l'Uomo-Dio;
l'Oriente mette al primo posto l'aspetto divino del mistero di Cristo; l'oggetto della devozione è il Figlio unico di Dio; in lui si adora il Dio-Uomo.
Due aspetti opposti della medesima realtà.
L'Ottava di Natale.
L'Ottava di Natale è così ordinata:
1. nella domenica fra l'Ottava si celebra la festa della Sacra Famiglia;
2. il 26 Dicembre è la festa di Santo Stefano, protomartire;
3. il 27 Dicembre si celebra la festa di San Giovanni Evangelista;
4. il 28 Dicembre si celebra la festa dei SS: Innocenti;
6. al 1 Gennaio, Ottava di Natale, si celebra la solennità di Maria Madre di Dio, nella quale si commemora anche l'imposizione
del SS. Nome di Gesù.
Festa della Sacra Famiglia.
Questa festa, istituita da Leone XIII, prima del nuovo calendario si celebrava nella Domenica dopo l'Epifania. Per dare maggiore unità al tempo di Natale, il nuovo calendario ha posto con designazione perpetua la festa della Santa Famiglia alla domenica tra l'Ottava di Natale.
Solennità di Maria Madre di Dio.
Il nuovo calendario prevede per questo giorno: "Ottava di Natale", la solennità di Maria Madre di Dio, nella quale si commemora anche l'imposizione del SS. Nome di Gesù.
"Dai tempi antichissimi la Beata Vergine Maria è venerata col titolo di Madre di Dio (L.G. 66). Con questo titolo tutte le Chiese ne fanno memoria ogni giorno nelle proprie preghiere eucaristiche e nel corso dell'anno liturgico, soprattutto nella solennità del Natale del Signore" (Commentario pag. 84).
Festa del Battesimo di Gesù.
E' stata fissata la Domenica dopo il 6 Gennaio. Con questa festa si considera chiuso il tempo di Natale e inizia il Tempo per annum.