LO SFRUTTAMENTO DEL LAVORO MINORILE

 

Il lavoro minorile è una forma di violenza sui minori. Il lavoro minorile alle soglie del ventunesimo secolo esiste ancora anche in quei paesi dove le condizioni di lavoro migliorano e dove, grazie alla tecnologia si sperimentano strumenti e norme che hanno dato risposte efficaci ai bisogni e ai diritti dei lavoratori e fornito spazi più adeguati alle condizioni umane di lavoro.

Molti pensano che il lavoro minorile sia definitivamente scomparso nelle società occidentali. Non è così. Il lavoro minorile esiste e con sè lo sfruttamento e gli abusi su bambini e ragazzi. Il fenomeno dello sfruttamento minorile è più visibile e netto, anche nelle sue forme peggiori, in Africa o in Asia che nei paesi industrializzati dove, i confini tra avviamento precoce al lavoro e sfruttamento, tra frequenza scolastica e lavoro, tra socializzazione ed esclusione sono invisibili e quasi impercettibili.

Nel 2004 l’incidenza di lavoratori minori irregolari in Italia ha visto un notevole incremento. La maggior parte dei bambini e dei ragazzi che lavorano a nero e subiscono abusi, sono migranti, vivono ai margini della società e sono quotidianamente sottomessi a prostituzione e a pornografia, a lavori pesanti, a lavori forzati, a condizioni di schiavitù devastanti, non solo fisicamente ma anche psicologicamente e moralmente. Tra i tanti casi di abuso, ad esempio evidenziamo quello dei bambini soldato. Un settore, questo, in grande espansione. Si ha ampia testimonianza nelle guerre africane. Durante il genocidio in Rwanda i bambini venivano usati per “stanare” nella boscaglia gli adulti. Per loro il premio era la testa mozzata della preda. Attualmente in Rwanda i bambini soldato sono circa 8.000.

Legislazione internazionale

Lo sfruttamento del lavoro minorile è vietato dalla legislazione internazionale che pone dei limiti sia all’età in cui un minore può iniziare a lavorare sia il tipo di lavoro che può svolgere prima dei 18 anni.

I principali strumenti internazionali sono: la Convenzione sulla proibizione e l’immediata eliminazione delle peggiori forme di lavoro n.182, del 17 giugno 1999 e la Convenzione n.138 sull’età minima di assunzione al lavoro del 1973 entrambe convenzioni dell’ILO, entrambe ratificate dall’Italia.

L’età minima di accesso al lavoro

La Convenzione 138 dell’OIL sull’età minima lavorativa stabilisce (…) che non può essere inferire all’età prevista per il conseguimento della scuola dell’obbligo e in ogni caso non deve essere inferiore ai 15 anni.

 

In deroga, i paesi con un’economia e strutture scolastiche insufficientemente sviluppate possono fissare l’età minima di avvio al lavoro a 14 anni, previa consultazione con le organizzazioni sindacali e degli imprenditori.

L’età minima, afferma ancora la Convenzione 138, per l’ammissione a qualunque tipo di impiego o lavoro che per sua natura o per le circostanze in cui si svolge può danneggiare l’incolumità e la salute non deve essere inferire ai 18 anni.

Il lavoro minorile: alcuni dati

I dati esistenti sul lavoro minorile non sono dati statistici esatti e aggiornati, perché il lavoro minorile e l’abuso dei minori avviene in situazioni di clandestinità e di attività sommerse. Le stime dello sfruttamento minorile nel mondo sotto riportate, sono fornite dall’OIL, (International Labour Office):

            􀂃 Nel mondo lavorano almeno 246 milioni di bambini di età compresa tra i 5 e i 14 anni, di cui circa 115 milioni a tempo pieno. Fra questi bambini, 179 milioni ovvero, un bambino su otto a livello mondiale, sono esposti alle peggiori forme di lavoro minorile.

            􀂃 L’Asia in termini assoluti è la regione con la percentuale più alta di bambini lavoratori, pari al 61% del totale mondiale, seguita dall’Africa 32% e dall’America Latina 7%;

            􀂃 Nell’Africa Subsahariana lavora il 41% dei bambini;

            􀂃 In Asia e in America Latina lavora il 21% dei bambini;

            􀂃 Nei paesi sviluppati, tutti i Paesi Occidentali, il totale dei minori lavoratori con età compresa tra i 5 e i 17 anni ammonta a circa 14.000.000. Tale cifra corrisponde più o meno al 9% del totale della popolazione infantile e al 4,3% del totale dei minori lavoratori nel mondo; i minori lavoratori con età compresa tra i 5 ed i 14 anni sono circa 2.500.000: il 2,1% del totale della popolazione infantile dei Paesi sviluppati e circa l’1,2% del totale dei minori lavoratori nel mondo di età inferiore ai 15 anni.

 

In Asia meridionale 5,7 milioni di minori si trovano in condizioni di lavoro forzato o loro imposto per l’estinzione di un debito. L’OIL stima che dei bambini di tutto il mondo che non frequentano la scuola il 14-17% lavora 49 ore o più a settimana e l’11-13% lavora più di 56 ore a settimana. Inoltre, l’OIL fornisce dati ancora più allarmanti che riguardano il lavoro dei bambini che hanno un’età inferiore ai dieci anni, circa il 20% dei bambini sono ridotti in schiavitù e resi economicamente attivi ancora prima dei dieci anni. Le forme di lavoro minorile sono tra le più diverse: si va dalla riduzione in schiavitù vera e propria ( settore dei lavoratori domestici: in Kenia il 78% dei domestici minorenni viene “pagato” con gli avanzi dei pasti) al lavoro in fabbriche, laboratori, o, nel settore agricolo.

Secondo un’indagine dell’”International Union Rights” il 70% del lavoro del sud est asiatico è correlato alle imprese che esportano nei paesi industrializzati o a imprese transnazionali, comprese le fabbriche di tessuti o di giocattoli.

L’ILO stima che ci sono 8,4 milioni di minori impiegati nelle peggiori forme di lavoro minorile suddivisi in: schiavitù, traffico di minori, debt bondage, reclutamento nei conflitti armati, prostituzione e pornografia, la tabella riporta in cifre il numero dei minori di cui si abusa:

Peggiori Forme di Lavoro

Minorile

Minori Coinvolti

Traffico dei minori

1.200.000

Lavori forzati

5.700.000

Bambini soldati

300.000

Prostituzione e pornografia

1.800.000

Attività illecite

600.000

Totale

8.400.000

 

Dati OIL, Every Child Counts, New Global Estimates on Child Labour, Geneve 2002, fonte Il lavoro minorile a cura di Elena Perla Simonetti.

Considerando il totale (250 milioni) dei minori economicamente attivi si osserva che il lavoro minorile ha un impatto leggermente maggiore sulla popolazione maschile che su quella femminile: il 52,3% dei minori lavoratori sono di sesso maschile. In realtà, in termini assoluti, la differenza non è sostanziale; spesso le bambine vengono impiegate in lavori domestici, che, essendo svolti tra le mura domestiche, rimangono invisibili e non quantificabili. Si nota una sostanziale differenza tra i due sessi con l’aumentare dell’età. Il gap tra minori lavoratori rispettivamente di sesso femminile e di sesso maschile aumenta con l’aumentare dell’età, in particolare la fascia di età compresa tra i 15 e i 17 anni la percentuale di lavoratori di sesso maschile sale al 53,3% contro il 46,7% di sesso femminile. Il divario è caratterizzato dal fatto che i Paesi in via di sviluppo rappresentano un elevato tasso di incidenza del lavoro minorile, qui l’età media di maternità è molto bassa e perciò spesso, le adolescenti devono lasciare il lavoro per accudire bambini e famiglia. Si stima inoltre, che la maggioranza delle bambine che non frequentano la scuola per il lavoro, sono nel mondo circa 60 milioni e vengono impiegate prevalentemente in lavori domestici. Le bambine testimoniano di maltrattamenti come punizioni corporali, umiliazioni e molestie sessuali.

 

Il lavoro minorile in Italia

La Commissione di indagine sull’esclusione sociale e i minori poveri in Italia ha rilevato che nel 2003 il 22% dei minori viveva in condizioni di povertà; il dato indica, non solo la vasta portata del fenomeno, ma, la crescita dello 0,3% rispetto all’anno 2002. Il fenomeno riguarda soprattutto i minori immigrati e i piccoli rom che vivono in Italia, cioè, in uno degli otto paesi maggiormente industrializzati del mondo.

Il lavoro precoce e minorile presenta aspetti di forte diversità a seconda delle realtà territoriali alle quali si fa riferimento, non è semplice compilare delle statistiche precise o utilizzare parametri numerici unici a causa della forte incidenza che nel nostro Paese ha il lavoro sommerso.

Gli istituti di ricerca a cui faremo riferimento per i dati statistici sul lavoro minorile in Italia saranno: l’Ires – CGIL, l’Istat, la Fondazione del banco di Napoli.

Le stime fornite sui minori impegnati in attività lavorative sono diverse. Per esempio l’Ires – CGIL ne stima 400.000, compresi i minori immigrati e i rom, la Fondazione del banco Di Napoli stima un totale di oltre 380.000 minori sfruttati e sommersi. L’Italia è il paese dell’Unione Europea in cui il lavoro minorile è stato maggiormente indagato grazie all’impegno della CGIL, di ricercatori privati e dall’Istat. Sono soprattutto immigrati i bambini e le bambine, le ragazze e i ragazzi intrappolati nella piaga del lavoro minorile e dello sfruttamento in Italia. I paesi di provenienza sono: Nord Africa, Filippine, Albania, Romania e in particolare Cina.

In Italia, la prima indagine sul lavoro minorile condotta dalla CGIL nel 2000 stimava 350 mila minori impiegati in attività lavorative, dei quali, circa 80 mila appartenenti alla categoria sfruttamento, tra gli 11 e i 14 anni. Circa la metà lavorava nella ristorazione e nei bar e circa il 10% nelle costruzioni.

L’indagine della CGIL, condotta da Paone G., e Teselli A., riscontra i livelli più alti di lavoro retribuito tra i ragazzi nel Mezzogiorno e nel lavoro presso le famiglie del Nord e tra i minori asiatici immigrati. I ragazzi che lavorano, in Italia registrano gravi insuccessi scolastici. Oltre la metà dei minori lavora più di otto ore al giorno ma riceve bassi salari. I minori che lavorano presentano un atteggiamento negativo verso la scuola, spesso trasmesso dalle famiglie di provenienza. L’apprendimento, l’istruzione scolastica sono percepite come superflue e prive di utilità e di scarso investimento nella vita sociale. Inoltre, l’avviamento precoce al mondo del lavoro suscita problemi di relazionalità con i coetanei; il minore non percepisce lo stretto legame esistente tra la funzione dell’apprendimento e quella della socializzazione. Si verifica per il minore una situazione esistenziale di fragilità in cui i quattro elementi chiave per la sua crescita lavoro, famiglia, scuola e territorio si frantumano e vengono vissuti come incapaci di entrare in relazione. Il minore vive in un processo di esclusione che sarà sia scolastica che extrascolastica e che segnerà in maniera irreversibile le tappe e le azioni future. Ripartire dalla scuola per combattere il lavoro minorile è fondamentale.

Lo sfruttamento minorile, pur se nelle stime numeriche ha delle differenze è una realtà di forte significatività sociale concordemente situata all’interno di settori economici ben definiti:

            􀂃 Il settore agricolo;

            􀂃 Le piccole e le piccolissime aziende;

            􀂃 Le attività tipo: contoterziste (crocevia del lavoro “sommerso”);

            􀂃 I settori dell’artigianato: calzaturiero, abbigliamento;

            􀂃 Il settore edile.

I dati di vigilanza INPS del 2003 evidenziano 384 casi di lavoratori al di sotto dell’età minima di assunzione, sempre nel 2003 il Ministero del Lavoro evidenzia che su 3.000 aziende ispezionate, siano stai trovati 1.678 minori irregolari (su un totale di 3.979). Le stime ci dicono che per circa un lavoratore minore su due si è riscontrata una violazione della normativa di riferimento. Durante il corso del 2004 sono state ispezionate 4.730 aziende in cui lavoravano 4.931 minori, di cui 440 extracomunitari. Di questi, i minori impiegati in violazione della normativa vigente sono stati 1.854, di cui 172 extracomunitari. Le violazioni riguardano in particolare:

􀂃 Mancata sorveglianza sanitaria;

􀂃 Mancato rispetto della disciplina dell’orario e dei riposi

􀂃 Mancato rispetto dell’età minima di assunzione

􀂃 Lavori proibiti

􀂃 Violazioni le cui cause non sono precisate

 

Lavoro minorile: alcune riflessioni

Il lavoro minorile è una forma di abuso e di violenza sui minori e i Governi devono mettere in atto delle politiche serie di prevenzione e di azioni positive. Il lavoro minorile è collegato alla scuola, alla famiglia, al mercato del lavoro, alle carenze di risorse, alle nuove sfide sociali e alla formazione e per tali motivi che servono politiche efficienti e tempestive, sia dal punto di vista della prevenzione sia da quello della vigilanza e dei controlli.

In primis, contro il lavoro minorile bisogna ripensare e ricostruire il modello scolastico, attraverso gli Osservatori sulla dispersione scolastica analizzare le ragioni dell’abbandono, effettuare analisi e monitoraggi più attenti e compiuti delle tipologie di lavoro minorile, scandagliare con precisione le categorie economiche che sfruttano il lavoro minorile .e in seguito applicare rigide disposizioni giuridiche

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Si evidenziano di seguito le proposte della CGIL contro il lavoro minorile, a cura del gruppo di lavoro dei Dipartimenti: Politiche attive del Lavoro, Welfare, Formazione, Internazionale, Ufficio immigrazione

            1- Un Piano straordinario, sul modello portoghese, a cui destinare specifiche risorse per presidiare il territorio e reprimere ogni abuso, attraverso la costituzione di specifiche task-force provinciali comprendenti, oltre ai servizi ispettivi, i servizi sociali e scolastici, con particolare attenzione ai fenomeni di reclutamento da parte della criminalità organizzata e micro criminalità.

 

            2- Il rifinanziamento immediato della legge 285/97 per la promozione dei diritti e delle opportunità per l'infanzia e l'adolescenza, attraverso un aumento delle risorse destinate al Fondo sociale nazionale con ripartizioni certe e vincolate;

 

            3- L’approvazione di una legge nazionale contro la povertà, adeguatamente finanziata, che recuperi la migliore esperienza del RMI e stimoli l’attivazione di energie familiari ed individuali, con misure a sostegno della scolarità nelle fasce dell’obbligo e con l’accesso gratuito ai servizi sociali e socio-sanitari per i soggetti coinvolti nel lavoro irregolare;

 

            4- Il rilancio e l’attuazione della legge quadro 328/2000 in materia di assistenza sociale;

 

            5- La realizzazione piena dell’obbligo formativo fino a 18 anni, sanzionando senza eccezione alcuna eventuali rapporti di lavoro senza prevalente contenuto formativo, ed assicurando che nessun ragazzo possa arrivare a 18 anni senza un diploma o una qualifica. Questo comporta una qualificazione formativa dell’apprendistato, della formazione professionale, nonché la reale predisposizione di passerelle in grado di consentire il passaggio da un percorso all’altro dell’istruzione secondaria. Tutto ciò esige la definizione di standard di competenze e di certificazione dei crediti conseguiti individualmente;

 

            6- Il rilancio degli Osservatori provinciali e regionali contro la dispersione scolastica, attraverso anche meccanismi di premialità nei trasferimenti delle risorse nei confronti delle amministrazioni scolastiche che più si adoperano nel contrastare il fenomeno dell’abbandono;

 

            7- La costituzione di un Fondo nazionale (e regionale) definito “Borsa per lo studio e per lo svago dei minori a rischio di dispersione”: un vero e proprio contratto che le amministrazioni scolastiche e comunali stipulano con il minore e con la sua famiglia, basato su uno scambio tra “frequenza scolastica” e accesso gratuito a servizi sportivi, culturali, del tempo libero, ecc. per lui e la famiglia;

 

            8- La costituzione di un Fondo nazionale a favore della stipula dei Piani sociali dei Comuni, basato su principi di premialità nel trasferimento delle risorse Stato-Regioni verso le amministrazioni locali che abbiano previsto appositi interventi integrati tra amministrazioni scolastiche, assessorati sociali, forze sociali ed ispettive, al fine di prevenire fenomeni di sfruttamento minorile, con particolare attenzione a politiche e strumenti di mediazione culturale nei confronti dei minori stranieri e dei minori a rischio di esclusione;

 

            9- L’equiparazione, per i minori stranieri, di tutti i trattamenti e prestazioni del servizio pubblico e del welfare per i quali vigono ancora norme differenziate in relazione alla famiglia di provenienza (maternità, assegni famigliari, indennità di disoccupazione);

 

            10- Il riconoscimento del principio dello jus solis per tutti i bambini che nascono in Italia, riformando le norme della legge sulla cittadinanza. Ogni bambino che nasce in Italia deve avere riconosciuta la cittadinanza italiana.

 

            11- L’istituzione di una Carta dei Comuni e dei Municipi contro lo sfruttamento minorile, finalizzata, attraverso la partecipazione delle forze sociali e del volontariato a promuovere campagne informative e di sensibilizzazione nei confronti della popolazione locale;

 

            12- La costituzione presso il CNEL di una commissione permanente dedicata al lavoro nero e allo sfruttamento minorile, composta dalle parti sociali, con il compito istituzionale di monitorare il fenomeno dello sfruttamento minorile (in collaborazione con l’Osservatorio nazionale istituito a seguito della Carta del 1998) e di proporre iniziative anche legislative di sostegno al contrasto dello stesso.

 

            13- L’adozione per via contrattuale, per le imprese operanti in Italia e nell’Unione Europea, di “Codici di Condotta” atti a garantire in ogni paese del mondo il rispetto dei diritti sociali e del lavoro fondamentali così come individuati dalle convenzioni Oil (divieto di lavoro forzato - Convenzioni 29 e 105; libertà di associazione e diritto di negoziazione - Convenzioni 87 e 98; divieto del lavoro dei bambini - Convenzioni 138 e 182; non discriminazione nell’occupazione - Convenzioni 100 e 111) indipendentemente dalla legislazione vigente localmente. Un importante esempio è quello rappresentato dai codici di condotta previsti dal CCNL del settore tessile (siglato nel 2000 e oggi in fase di ulteriore implementazione);

 

            14- L’istituzione in Italia e nell’UE del Marchio Sociale per le imprese. Tale certificazione deve essere rilasciata, secondo principi di trasparenza dei processi produttivi (tracciabilità dei prodotti, ecc.) e con controlli indipendenti, da parte di organismi pubblici appositamente individuati e dotati delle risorse e delle conoscenze adeguate;

 

            15- La subordinazione di qualsivoglia erogazione di contributi o risorse nazionali e comunitarie, nonché la stipula (o la vigenza) dei trattati commerciali bilaterali/multilaterali, al rispetto delle clausole sociali e delle Convenzioni fondamentali dell’Oil e delle Linee Guida sulle Multinazionali dell’OCSE.

 

Al fine di finanziare i fondi nazionali di cui alla proposta 7 e 8 la CGIL propone di destinare il 2% delle risorse provenienti dall’IVA applicata ai beni di lusso, quale strumento di solidarietà universale.


 

Fonti di riferimento:

A ovest di Iqbal, G., Paone, Ediesse 2004, Roma.

A future without Child Labour, ILO, Geneve 2000.

Indagine IRES – CGIL: 400 mila bambini sfruttati in Italia, www.rassegna.it

Bambini, lavori e lavoretti. Verso un sistema Iinformativo sul lavoro minorile, primi risultati, Indagine ISTAT 2000.

Le proposte della CGIL contro il lavoro minorile in Italia, a cura del Dip.Politiche Attive del Lavoro. www.cgil.it

Il Lavoro minorile, a cura di Elena Perla Simonetti. 2000

Lavoro minorile:le misure legislative e le politiche a favore dell’inclusione sociale. Osservazioni e proposte, Rapporto CNEL 2005. www.cnel.it

Lavoro e lavori minorili, G., Paone, A., Teselli, Ediesse 2000, Roma

Segretariato Europa CGIL, informa, Numero diciasette/speciale lavoro minorile. www.cgil.it

Sfruttamento del lavoro minorile, Amnesty International, www.amnesty.it

Studio ONU sulla violenza contro i bambini. Sul posto di lavoro, www.unicef.it

Gisella Concetta Bentrovato