Antico Testamento - Santa Maria della Neve

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La Parola di Dio

ANTICO TESTAMENTO

Dio si rivela all’uomo.

La Bibbia ama parlare di Dio attraverso un linguaggio che gli studiosi definiscono “antropomorfico”, cioè ispirato agli atteggiamenti, ai gesti, ai lineamenti e al corpo dell’uomo (in greco ‘uomo’ si dice ‘ànthropos’). I libri della Bibbia scandiscono, perciò, le tappe della storia della salvezza, lunga la quale Dio si rivela all’uomo e al suo popolo, attraverso la descrizione “antropomorfica” delle “mani” di Dio (creazione), delle “ginocchia” di Dio (periodo del deserto) e del suo “cuore” (ritorno dall’esilio).

L’aver saputo cogliere la continuità di questo agire di Dio è ciò che fa della storia biblica “la storia della salvezza”. Gli avvenimenti nella Bibbia non capitano perciò per puro caso o per l’intrecciarsi di situazioni anonime, ma perché guidati sempre dallo stesso Dio che crea, libera, dona la terra, benedice il suo popolo, si fa suo alleato, è sempre con lui e lo conduce all’incontro con il Messia.

Le tappe più significative della storia della salvezza, che qui presento, sono quindi costruite attorno a queste immagini concrete, fino a sfociare nella tappa definitiva, dove Dio prende un “corpo” in Gesù.

“mani”, “dita”, “destra”, “braccio”, “ginocchia”, “cuore”, “corpo” danno a tutta la Bibbia una unità così armoniosa da diventare una prima e facile guida alla sua lettura e alla sua comprensione.

La Creazione: rivelazione delle “mani” di Dio

La creazione è presentata come il primo gesto che il Dio biblico compie in favore dell’uomo. La creazione dell’uomo e della donna, come è descritto nel testo più antico e sintetico di Genesi 2,7, è la rivelazione delle “mani” di Dio:

“Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”.

Con una espressione ancora più armoniosa e delicata, il Salmo 8 parla delle “dita” di Dio:

“Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita” (Sal. 8,4).

“Mani” e “dita” esprimono l’appartenenza totale a Dio. Questo uomo che Dio ha plasmato, ha protetto e collocato nel mondo, non può non appartenere per sempre a lui, non può non ritornare tra le sue “mani” creatrici. Questo uomo, cioè, non può andare perduto. “Perdere”, nella Bibbia e nel Vangelo, non significa “smarrire qualcosa”, come nelle nostre lingue, ma il fallimento totale dell’uomo, la frantumazione del progetto di Dio sulla creazione, l’impossibilità di tornare tra le “mani” creatrici di Dio, dalle quali l’uomo è uscito.

Per questo le “mani” di Dio sono un tema caro alla Bibbia, che afferma: “La vita dell’uomo è sempre nelle mani di Dio” (Sap. 3,1). Sono le “mani” e le “dita” del Dio della creazione (Gen. 2,7; Sal. 8; Gb. 9,17), del Dio che ha formato l’uomo nel seno materno (Sal. 118,73; 138,13), del Dio che mai abbandona l’uomo “opera delle sue mani” (Sal. 137,8), del Dio al quale l’uomo si appoggia fin dalla nascita (Sal. 70,6), del Dio che lo libera dalle “mani” dei nemici (Sal. 30,9).

Sono le mani alle quali l’uomo si affida (Sal. 30,6) come a quelle che meglio lo sanno condurre secondo il progetto e le vie di Dio.

Anche Gesù nel Vangelo riprende il tema delle “mani” di Dio: “Nessuno può rapire (le mie pecorelle) dalle mani del Padre mio” (Gv. 10,28-29), “..nessuno le rapirà dalla mia mano”.

Gesù porterà a compimento il primo gesto di Dio nella creazione, riconducendo l’uomo “sulle sue spalle” e con le sue “mani” alle origini del progetto di Dio.

Il peccato: manifestazione delle “mani” dell’uomo

Genesi 3 è il racconto conosciuto come “racconto del peccato originale”. Nel suo significato ebraico “peccare” significa fallire la méta, “spezzare la comunione”, “fallire in un progetto” (nella Bibbia “progetto” e “comunione” sono chiamati “alleanza”).

Le “mani” dell’uomo che si protendono verso l’albero della conoscenza del bene e del male, esprimono simbolicamente il suo fallimento: il peccato è protendere le proprie mani verso tutto ciò che non è Dio e non è opera delle sue “mani”, ma è opera delle “mani” dell’uomo (come lo sono gli idoli contro cui si scagliano i profeti).

Le “mani” dell’uomo perciò devono ricongiungersi necessariamente con le “mani” creatrici di Dio, le sole che sanno fare ogni cosa “buona”. Per questo Dio si impegna a ricomporre quanto l’uomo ha distrutto con il peccato e consegna il suo progetto originario sull’uomo a Noè (Gen. 6-9), ad Abramo (Gen. 12-25), a Mosè (Esodo), a Davide (1-2 Samuele; 1-2 Re), ai Profeti e a Gesù.

L’Esodo: rivelazione della “destra” e del “braccio” di Dio

Il criterio che la Bibbia offre per la lettura dei fatti dell’Esodo è quello della continuità nella rivelazione che Dio fa di se stesso nel suo agire nei confronti dell’uomo e del suo popolo.

Il Dio “che ha plasmato l’uomo con le sue mani” (Gen. 2,7), che “lo ha tenuto tra le sue dita”, che “lo ha unito alla sua donna”, che “lo ha benedetto in Abramo” e gli ha dato in dono la terra di Canaan, è lo stesso Dio che con la sua “destra” e il suo “braccio forte” libera Israele dalla schiavitù d’Egitto.

Dalle “mani” del Dio della creazione, simbolo di tenerezza e di amore per l’uomo, l’esodo conduce alla “destra” di Dio e al suo “braccio forte”, simbolo del suo intervento a favore del popolo da lui chiamato “mio primogenito”.

Il canto alla “destra” di Dio è già presente in Esodo 15, il testo più antico di tutta la Bibbia. Prosegue lungo tutti i libri biblici, nei quali la rivelazione di Dio è descritta con l’immagine espressiva della “sua mano forte” e del suo “braccio teso”. Culmina infine nel Salmo 117, dove tutto Israele, radunato nel tempio per ringraziare il suo Dio che gli ha dato la salvezza, acclama alla sua “destra”: “La destra del Signore ha fatto meraviglie” (vv. 15-16).

Questa acclamazione di gioia si trasforma in ‘lamento’, quando Israele non avverte più la presenza del suo Dio e sa di non meritare più la sua rivelazione, per le molte infedeltà che ha commesso. Allora, ripensando alle “mani” del Dio della creazione e alla “destra” del Dio dell’Esodo, esclama: “Perché ritiri la tua mano e trattieni la tua destra?” (Salmo 73,11).

Accanto alla rivelazione di Dio ecco la risposta di Mosè, che è il modello della risposta a Dio per l’uomo di ogni tempo. Le “mani” di Mosè che compiono i prodigi conosciuti come “le dieci piaghe d’Egitto” (Es. 7-10), le sue stesse “mani” che si stendono sulle acque del mare per far passare illeso Israele (Es. 14,27-31) o che si stendono sulla roccia per far scaturire l’acqua (Es. 17,1-7) o che ricevono le Tavole dei Comandamenti o che si innalzano in preghiera per ottenere la vittoria sua nemici (Es. 17,8-12), si intrecciano con le “mani” del Dio creatore e con la “destra” del Dio liberatore dell’Esodo.

In questo stupendo intrecciarsi tra l’opera di Mosè e l’opera di Dio, tra le “mani” dell’uomo e le “mani” di Dio, la Bibbia vede snodarsi la storia della salvezza, interrotta dalle “mani” di Adamo. Tutto viene interpretato alla luce di questo “intreccio”: la PASQUA, da semplice festa dei nomadi, si intreccia con la liberazione e la salvezza offerte da Dio al suo popolo; l’ESODO diventa il modello degli interventi di Dio, fino a intrecciarsi con ‘il ritorno da Babilonia’ (secondo esodo) e con la Pasqua di Gesù (terzo esodo); l’ALLEANZA tra Dio e il suo popolo avvenuta sul Sinai si intreccia con la storia e la vita di Israele, ritmate dall’osservanza dei ‘Dieci Comandamenti’ e ‘dall’ascolto della Parola di Dio’; MOSE’ stesso è talmente inserito nella storia della salvezza che con il suo nome la tradizione biblica intreccia la ‘Parola di Dio’ (chiamata di Mosè e i Profeti).

L’Esilio: manifestazione del peccato di Israele

Entrato nella Terra Promessa, nella Palestina, il popolo biblico non si è mantenuto fedele al suo Dio. La sua stabilità in questa terra donatagli da Dio è condizionata alla fedeltà e agli impegni presi con lui ed espressi ‘nell’Alleanza’ e nei ‘Comandamenti’. La storia di Israele è invece percorsa da continue infedeltà: idolatria, ingiustizie, oppressione dei poveri, indifferenza religiosa, ricorsa alla guerra e alleanza con i popoli vicini condividendone mentalità e trasgressioni, nonostante la predicazione dei Profeti (Isaia, Geremia, Ezechiele, Amos, Osea, Giona), il popolo biblico non modifica la sua condotta e il suo atteggiamento nei confronti di Dio. Contro Israele che non ascolta la sua Parola e non osserva più la sua Legge, Dio interviene con il castigo dell’esilio.

I Libri del Deuteronomio, di Giosuè, dei Giudici, 1-2 Samuele, 1-2 Re, Cronache e tutti i libri Profetici vanno letti alla luce dell’infedeltà e dei peccati di Israele, delle sue scelte contrarie all’Alleanza e alla Legge di Dio.

All’orizzonte di tutti questi libri si profila già l’intervento punitivo di Jhwh (Jahvèh): la deportazione e l’esilio in Babilonia (587-538 a.C.).

Il ritorno dall’esilio: rivelazione del “cuore” di Dio

La rivelazione che Dio fa di se stesso al popolo di Israele in esilio a Babilonia è resa dal profeta Isaia con una suggestiva espressione semitica: “Parlate al cuore di Gerusalemme”:

“Parlate al cuore di Gerusalemme e ditele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati” (Is. 40,2).

Se nel primo esodo dell’Egitto Dio “ha udito il grido del suo popolo” (Es. 3,7), ora, facendo ritornare Israele dall’esilio di Babilonia, egli si china con tutta la tenerezza del suo “cuore” sul suo popolo. E’ un popolo che ha riconosciuto il castigo ricevuto, ma che pensa anche di non meritare più di essere tenuto tra le “mani” del Dio della creazione e nel “cuore” del Dio che sempre ha rivelato se stesso lungo la storia della salvezza.

“Parlare al cuore” indica perciò che il Dio della creazione di nuovo sente il desiderio di racchiudere tra le sue “mani” e le sue “dita” Israele e di nuovo vuole intrecciare con lui quel rapporto di tenerezza di cui solo il “cuore” di Dio è capace.

Come lungo il cammino nel deserto che dall’Egitto conduceva Israele nella Terra Promessa, Dio si era manifestato come “pastore” del suo popolo (Sal. 23), anche nel ritorno dall’esilio di Babilonia la Bibbia utilizza l’immagine di Dio che “fa pascolare il gregge e lo raduna”: “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri” (Is. 40,11).

Nel Pastore che raduna il suo gregge, che lo conduce al pascolo e al pozzo, che lo richiude alla sera nel recinto e con lui passa la notte, l’uomo della Bibbia ha colto la rivelazione più suggestiva e “umana” del suo Dio. Jhwh è colui che raduna Israele disperso dall’esilio, è colui che lo porta sul “suo petto”; è il Dio che ha trascorso con lui la notte dell’esilio e dell’incertezza, proprio come il pastore è ogni giorno con il suo gregge e ogni notte tra le sue pecore.

All’orizzonte di questa immagine si staglia già la figura di Gesù, il Buon Pastore che “porta sulle spalle” l’uomo di ogni tempo e di ogni età, che il peccato tenta sempre di “perdere”.

I Libri dell’Antico Testamento

I primi cinque libri della Bibbia sono conosciuti con il nome di PENTATEUCO, cioè, ‘cinque libri’.

Sono: GENESI, ESODO, LEVITICO, NUMERI, DEUTERONOMIO.

Il loro contenuto si sviluppa attorno alla Creazione, alle origini del popolo biblico, alla liberazione dall’Egitto e all’insediamento nella Terra Promessa.


Seguono i LIBRI STORICI, radicati nelle vicende e nei personaggi che hanno caratterizzato la storia del popolo biblico.

Sono: GIOSUE’,

GIUDICI, 1-2 SAMUELE, 1-2 RE, 1-2 CRONACHE, ESDRA, NEEMIA, TOBIA, RUT, GIUDITTA, ESTER, 1-2 MACCABEI.


I LIBRI SAPIENZIALI comprendono quei testi che guidano il lettore a interpretare il mondo, la storia, la vita alla luce della “dimensione religiosa” (come si potrebbe tradurre oggi il termine ‘Sapienza’).

Sono: GIOBBE, PROVERBI, SALMI, QOHELET, CANTICO DEI CANTICI, SAPIENZA, SIRACIDE.

In particolare il Libro dei Salmi è il libro che educa l’uomo alla preghiera e al dialogo con Dio in ogni situazione della sua vita : gioia, dolore, tristezza, fallimento, insuccesso, peccato, desiderio di Dio e della sua Parola.


I LIBRI PROFETICI contengono un messaggio sempre attuale di quei grandi personaggi che la Bibbia chiama PROFETI. Essi non sono coloro che prevedono il futuro, ma coloro che parlano al presente per indicare all’uomo le esigenze di Dio.

I Profeti sono: ISAIA, GEREMIA, EZECHIELE, DANIELE e altri 12 Profeti, chiamati ‘minori’, a motivo della brevità dei loro scritti.


Dio fammi strumento
della tua pace
dove c’è odio: portare l’amore
dove c’è offesa: donare il perdono
dove c’è il dubbio: infondere bene.

Ai disperati ridare speranza
dove c’è il dubbio far sorgere luce
dov’è tristezza infondere gioia
donare gioia e tanto amore.

Dio fammi strumento
della tua bontà
dammi la forza di consolare il cuori
non voglio avere ma solo donare
capire e amare i miei fratelli.

Solo se diamo: riceveremo 
se perdoniamo: avremo il perdono
solo morendo: risorgeremo

S. Francesco


 
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